Politica

80 anni dalla liberazione: che fine ha fatto il meridionalismo?

Ci siamo riusciti, i problemi del mezzogiorno sono lontani, non è più necessario lottare e neppure parlarne. Il meridionalismo è obsoleto, démodé. Certo i problemi non sono stati risolti, ma ce ne sono di più importanti, vitali: cacciare gli immigrati, dio-patria-famiglia, i condoni.

In realtà ad affossare la centralità della questione meridionale siamo stati soprattutto noi, noi meridionali…

Ricordando il ’45 e l’avellinese Guido Dorso, Saverio Festa scriveva su “L’Irpinia” (2016):

Ma, nel 1945, mentre le formazioni partigiane, da Dorso definite “l’organizzazione armata del popolo”(1), lottano per scacciare definitivamente dal Paese i tedeschi invasori e i loro alleati fascisti, il problema è come far nascere una nuova “organizzazione democratica del Paese”[…]non mancano ora simboli di coerenza, di coscienza morale e di probità politica, persino nel Sud ove la vita pubblica era troppo spesso un contrasto permanente tra individui in una esasperazione personalistica e in una “lotta di municipio senza alcuna luce ideale”.

 Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore sono sopravvissuti al fascismo e sono un esempio vivente per riuscire a costruire, finalmente, un’altra Italia. “S’approssima l’ora delle grandi risoluzioni: l’ora in cui la vecchia Italia, vissuta fortunosamente dal 1865 al 1943, dovrà crollare […] infatti, secondo la logica più elementare, la demolizione deve precedere la ricostruzione”. In fondo è questa la scommessa di Dorso, la sua linea di continuità dal primo al secondo dopoguerra, dal confronto con Sturzo e Salvemini nel Mezzogiorno nell’imperversare del fascismo alla volontà di compiere finalmente nel 1945 quel che non era riuscito dopo la prima guerra mondiale. Ed in questa riedificazione d’Italia anche il Mezzogiorno deve fare la sua parte per risolvere il problema cruciale, il problema dei problemi: far sorgere  una nuova classe politica del tutto aliena dalle “vecchie cariatidi” meridionali.

Il “meridionalismo politico”, per l’irpino, “deve avere un’impostazione politica propria”, infatti “dobbiamo tentare di elaborare un’élite seria, preparata, organizzata […] oppure dovremo al momento buono lasciare che le plebi meridionali si abbandonino a una vasta serie di jacqueries?”. […] in tal senso mi sembra quanto mai opportuno ribadire l’episodicità dell’esclamazione in veste interrogativa che Dorso si ritrovò a scrivere su Irpinia Libera il 13 novembre del 1943 nel noto articolo Ruit Hora! È una  frase divenuta famosa, alla quale è stato da sempre “impiccato”  sino a tentar di snaturarne il pensiero, sino a farlo diventare una sorta di imbelle ed impotente sognatore: “Ma esiste una nuova classe politica nel Mezzogiorno? Esistono cento uomini d’acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea?”. Si è dinanzi a chissà quale astratta, utopica rielaborazione teorica o è soltanto il grido esasperato di un uomo, che è stato per  vent’anni “esiliato in patria” sotto il fascismo e che ora richiede, a gran voce, se vi sono finalmente uomini capaci di mutare alla radice il corso degli eventi della vecchia Italia, “vissuta fortunosamente dal 1865 al 1943”, alla quale si presenta l’occasione storica del riscatto?

Se si finisce una volta per tutte con l’assurda storiella dei “cento uomini d’acciaio”, riproposta asfitticamente a ogni convegno o commemorazione dorsiana, ci terrei a far presente che Dorso soleva scrivere che “c’è un mezzo più sicuro per dominare la politica ed è quello di teorizzarla”, mostrando di esser un uomo del tutto alieno da immagini semplicistiche e rapsodiche. Scriveva nel 1944 a Manlio Rossi-Doria in una lettera, ora compresa nel Carteggio pubblicato dall’indimenticabile segretario del Centro Dorso, Bruno Ucci: “Qualche volta ho l’impressione che nessuno lavori, che tutti aspettino per lavorare: chi dovrebbe costruire aspetta per costruire, chi dovrebbe far politica aspetta a farla, chi dovrebbe governare aspetta per governare”. […]

È una base seria per riproporre, a partire dalla condizione del Sud, la questione storica della formazione di una classe politica? Dorso era solito scrivere che la formazione di una classe politica è un “mistero della storia”, talora un “mistero divino”, in quanto “una classe politica è la più misteriosa delle formazioni umane”. Ma per Dorso la formazione di una classe politica è veramente così misteriosa o non si è dinanzi alla più dissacrante battuta del suo finissimo humour?

(1) Una domanda ingenua: “è lecito usare le armi per cacciare l’invasore e sconfiggere i fascisti?”