la Casa di Pietro

Il paradosso della Parola di Dio: l’incarnazione

Una nuova “puntata” del ciclo di Michele Zappella sul paradosso della Parola di Dio, trascendente, immanente, eminente

Nel momento, in cui la trascendente Parola si cala nell’immanenza, per l’ammirabile condiscendenza dell’eterna Sapienza” (Dei Verbum, n.13), ne subisce le sue caratterizzazioni: limitatezza, transitorietà, instabilità, caducità, quasi incalcolabilità delle sue forme espressive, dei suoi atteggiamenti morali, delle sue modalità di vita, delle sue culture. Allora, tale Parola deve procedere all’ “adattamento” (in greco synkatabasis; in latino attemperatio), a questo mutevolissimo, nei secoli e negli spazi terreni, orizzonte storico-umano. E’ la legge dell’incarnazione, cui fa riferimento la Dei Verbum, n.13 : “Le parole di Dio, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo“. Diamo alcune esemplificazioni di adattamenti che, nell’esegesi scientifica moderna, fondano vere e proprie scienze bibliche ausiliarie. A – Adattamento geografico – La Palestina, la terra d’Israele, si trova tra l’Africa e l’Asia, ove s’incrociano, fin dall’antichità, le strade carovaniere tra l’Egitto e la Mesopotamia, tra il deserto arabico e il Mediterraneo, tra il Mar Rosso e la Siria. L’antico Israele, per la sua posizione geografica, vive un’esistenza precaria e inquieta che si riflette negli scritti biblici. La terra promessa, dopo la breve presa di possesso al tempo di Davide intorno al 1000 a.C., subisce le invasioni di Assiri e Babilonesi sino alla conquista dei Romani, da Pompeo a Tito che nel 70 d.C. incendia il Tempio di Gerusalemme. Tutte queste vicissitudini di Israele assumono un profondo significato religioso che permea l’intero Primo ( Antico) Testamento: Israele dipende da un Dio che lo libera e lo salva, da un Dio che guida la sua storia e quella di ogni popolo. Nel Secondo ( Nuovo) Testamento, segnatamente negli Atti degli Apostoli e nell’Epistolario paolino, l’adattamento geografico si espande, per virtù dello Spirito Santo, nella missione della Chiesa che si dilata in ogni angolo della terra, allora conosciuta, sino alla sua Caput mundi, ove Pietro e Paolo sono glorificati dalla più esemplare imitazione di Cristo: il martirio. B – Adattamento storico – E’ il più sofferto che la Parola di Dio deve affrontare nelle aspre tribolazioni dell’antico Israele, lungo l’intero arco della sua vicenda storica che copre lo svolgimento testimoniale del suo Primo Testamento. Israele si trova a contatto con numerose popolazioni, provenienti d’ogni parte: ondate di semitici nomadi, migrazioni degli Hyksos, Hurriti e Hittiti, invasioni dei cosiddetti “popoli del mare”, tra cui i Filistei, mentre esso si scontra con i Cananei. Si accende una drammatica tensione tra la forza di Israele nel conservare la sua fede monoteistica e la sua caduta nel prostrarsi idolatrico ai tanti Baal, cui si avvicina. Dalle tentazioni che insidiano i Patriarchi nel volgersi a El, Padre degli dei, adorato dai Cananei,al culto di Baal, inutilmente contrastato dal profeta Elia; dalle pratiche idolatriche favorite dai Re che, compreso Salomone, gli succedono alle forti rampogne e minacce dei profeti Amos, Isaia, Osea, Michea,Geremia, la storia di Israele vive il tormento di un popolo diviso da uno stridente contrasto tra la fedeltà alla Parola Dio e al suo tradimento. Ma, il contrasto insorge pure all’interno della prima comunità cristiana tra la tendenza giudaizzante dei cristiani ebrei e quella opposta dei cristiani convertiti dal paganesimo. E ad Antiochia, avviene uno scontro durissimo, come scrive Paolo nella Lettera ai Galati 2,11-14: “Ma quando venne Cefa (Pietro), mi opposi a lui, perché evidentemente aveva torto…Quando vidi che i Giudei non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa:’Se tu che sei giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?’ “. Paolo si riferisce al fatto che Pietro “prendeva cibo” insieme ai pagani, ma dopo la venuta di “alcuni da parte di Giacomo“, cominciò ad evitare i pagani per timore dei Giudei circoncisi. Insomma, si tratta di un ambiguo e ipocrita comportamento di Pietro. C – Adattamento culturale – Si è visto che Israele non vive isolato, ma a contatto con molti altri popoli, le cui culture, ancor oggi, stupiscono per la loro elevata e complessa ricchezza. Si pensi a quelle mesopotamiche dei Sumeri, Accadi, Babilonesi, Assiri, a quelle egiziane e fenicie. Sono culture anche di spiccata impronta religiosa. Testi come la babilonese “Epopea di Ghilgamesh” o come quelli della siriaca Ugarit o ancora come quello sacro persiano dell’ “Avesta“, attribuito a Zarathustra, hanno impegnato esegeti e studiosi di ogni tipo nell’investigare se e come hanno influito sul Testamento dell’antico Israele. Qui, la Parola di Dio, nel suo adattarsi all’immanenza, opera in due direzioni. La prima è lasciare una superficiale consonanza tra i testi religiosi extra-biblici e quelli biblici (alcune somiglianze tra il Salmo 29 e un inno ugaritico a Baal; qualche concordanza tra Zarathustra e il libro di Ester). Ben più incidente è la seconda direzione che rivela la netta superiorità della fede monoteistica di Israele, che imbeve la sua cultura, sulle teogonie e cosmogonie mitologiche delle altre culture. Con l’avvicinarsi della “pienezza del tempo” (Galati 4,4), la Parola di Dio prepara il passaggio tra i due Testamenti attraverso le parole (Regole, Rotoli di Isaia, Documento di Damasco) della comunità essenica di Qumran, le cui speranze messianiche verranno realizzate dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme. L’adattamento culturale si esprime, poi, nell’adottare il genere letterario della “lettera”, ampiamente diffuso nell’ambiente greco-romano. Dei 27 libri del Nuovo Testamento ben 21 sono costituiti da Lettere. Ma ancor più evidente risulta, ai fini di rendere più idonei all’ascolto gli uditori di cultura greca, l’assunzione di quella “psicologia platonizzante“, di cui parla Lucien Cerfaux, eminente esegeta cattolico del secolo scorso.

Michele Zappella

Immagine: Antonello da Messina – San Girolamo nello studio – National Gallery London
San Girolamo, che tradusse la Bibbia in latino (Vulgata), è il simbolo per eccellenza della “Parola fatta simile al parlare dell’uomo”.