la Casa di Pietro

I paradossi nella vita e nella teologia di San Paolo – III parte

Con la “Lettera ai Romani” MIchele Zappella continua il percorso attraverso le grandi lettere di San Paolo

Ricordo un’udienza privata, nella metà degli anni settanta del secolo scorso, accordata, a noi del Consiglio nazionale dell’Azione Cattolica, da Papa Paolo VI che considerava l’Associazione “pupilla dei suoi occhi ” (mentre alcuni ordini religiosi erano la “sua corona di spine“). Nei suoi incontri con noi, il Papa teneva un atteggiamento di familiarità fuori del comune. In tempi burrascosi, come quelli della contestazione antiecclesiale, per il Papa stare con noi era di sollievo, di conforto, di gioia. Egli, allora, si liberava dalle formalità, a cominciare dalla lettura del discorso ufficiale, che spesso interrompeva per dirci cose che , in quel momento, il suo cuore paterno gli dettava e che, ovviamente, fuori dello scritto, non erano riportate da ” L’Osservatore Romano”. Tra queste cose, allora, ci prescrisse di studiare la lettera ai Romani, vertice del genio teologico di san Paolo. Chissà se proprio tale lettera abbia influito sulla scelta del cardinale Montini di chiamarsi Paolo, dopo la sua elezione a Papa in conclave. Questa breve memoria è, però, sufficiente a dirci che la lettera ai Romani è di eccezionale rilevanza non solo nell’epistolario paolino, ma all’interno del Nuovo Testamento, con notevoli richiami a quello Antico: è un Totum storico, dogmatico, morale, ascetico-mistico, pastorale e una pietra miliare della Rivelazione.

Quando Paolo scrive ai Romani, egli ha già fondato numerose chiese a Tessalonica, in Galazia, a Corinto e proprio da Corinto, alla fine del terzo viaggio missionario (55-56 d.C.), si rivolge ad una comunità cristiana non fondata e mai visitata da lui. Quasi alla fine della Lettera (15, 22-24), egli dichiara che da parecchi anni aveva “un desiderio ardente di venire da voi. Volendo ora recarmi in Spagna, spero di vedervi passando …e di godere della vostra presenza“. Che la comunità di Roma sia vitalmente dinamica e fiorente è così riconosciuto da Paolo: “la vostra fede spande la sua fama in tutto il mondo” (1,8). Tale vitalità incita e infiamma quella passione apostolica che è la cifra identificatrice di tutta la vita di Paolo. Essa si trasfigura in “un culto nell’intimità del mio spirito mediante l’annuncio del Vangelo del Figlio suo” (1,9). Non è una novità della lettera ai Romani. Non aveva scritto Paolo ai Corinzi: “Guai a me se non predicassi il vangelo!” ? (Prima Corinzi 9, 16). Da qui, il paradosso: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti” (Prima Corinzi 9,19). Allora, il fervore evangelizzatore autorizza l’apostolo a comunicare non ad una chiesa lacerata e in crisi, ma ad una comunità dalla fede saldissima: “Sono pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma” (1,15). Ecco, allora, il primato assoluto del Vangelo, dichiarato così: “Io non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. E’ in esso che si rivela la giustizia di Dio da fede in fede, come sta scritto: ‘il giusto vivrà mediante la fede” (1, 16-17). Per apprezzare tutta la ricchezza teologica e pastorale di quanto ora detto, occorre un’attenta analisi esegetica, parola per parola. “Non mi vergogno” (greco Ou gar epaiscunomai, latino Non enim erubesco), alla lettera: non arrossisco. Qui, mi pare che emerga il paradosso del Vangelo, posto in rilievo proprio da san Paolo: “Noi evangelizziamo Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1 Corinzi, 1,23). Ciò che alla sapienza insipiente di tanta filosofia e scienza umane può apparire scandalo e stoltezza, di cui vergognarsi, è, al contrario, Energia e Sapienza eminente con cui Dio agisce nella storia per liberarla dal male e condurla a salvazione. E il Cristo crocifisso è, pur sempre, il Signore Risorto, Esaltato “al di sopra di ogni nome“, “a gloria di Dio Padre” (Cfr. Filippesi 9,11). “Vangelo” (greco euaggelion, latino evangelium). Per capire il senso di questa parola, bisogna rammentare la folgorazione di Paolo sulla via di Damasco. Cadendo a terra, Paolo ode una voce che gli dice: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti ?“. Paolo risponde: “Chi sei Signore?“. E di rimando: “Io sono Gesù che tu perseguiti !” (Atti degli Apostoli, 9, 4-5). Ecco, per Paolo, Vangelo è molto più che un insieme di parole e di fatti relativi a Gesù Signore, è Gesù Signore in persona. “Potenza di Dio” (greco dunamis, latino virtus). Questi due termini specificano bene quello italiano di potenza: il primo ne coglie il dinamismo operativo, il secondo la forza intrinseca. E’ con questa potenza che Dio guida la storia secondo un disegno di amore paradossale, perché, a detta di san Paolo, “si manifesta in tutta la sua forza proprio nella debolezza” (2 Corinzi, 12,9). “Per la salvezza di chiunque crede” (greco eis soterian pantì to pisteuonti, latino “in salutem omni credenti“). La salvezza dipende anche dalla fede: “Tutti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù” (Galati 3,26). Va evidenziato quel “in Cristo Gesù“. Fede è molto più che credere quel che Gesù ha detto e fatto; è molto più che incontrare Cristo negli spazi terreni e umani della storia. La fede in Cristo è un vivere in Cristo che vive in me, in questa reciproca inabitazione, in cui prende dimora la Trinità divina, in virtù dell’uomo Gesù “solo mediatore fra Dio e gli uomini” (1 Timoteo 2, 5). “Del Giudeo prima e poi del greco” (greco Ioudaio te proton kai Elleni, latino Iudaeo primum et Graeco). Quel prima e quel poi non hanno un significato valoriale (di tipo morale o culturale), bensì solo cronologico. L’idea centrale, distintiva di san Paolo, è che dall’ebraismo derivi il cristianesimo. Quest’ultimo è il prolungamento del primo e il suo superamento. “In esso (Vangelo) si rivela la giustizia di Dio da fede in fede” (greco dikaiosune gar Theou en auto apokalyptetai ek pisteos eis pistin, latino Iustitia enim Dei in eo revelatur ex fide in fidem). Nella lettera ai Romani, la parola “giustizia” prevale nettamente nell’intero epistolario: ben 34 volte e solo 24 in tutte le altre lettere. Paolo si rifà al Testamento ebraico, ove sedaqah-giustizia vuol dire rispetto di una norma comportamentale. Di conseguenza è giusto chi osserva un precetto stabilito da Dio. Però, la giustificazione non può essere assicurata dalla legge, anzi: “per mezzo della legge, si fa un’esperienza maggiore del peccato!” (3,21). E Paolo soggiunge: “La giustizia propria di Dio, per mezzo della fede in Gesù Cristo, si riversa verso tutti coloro che credono” (3,22). Ecco la potenza della fede, di quella fede che procede incessante “da fede in fede“, in un cammino secondo lo Spirito che ci innalza “all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Efesini 4,13).
Michele Zappella

Immagini: Paolo VI con Mario Agnes presidente dell’Azione Cattolica negli anni ’70 e “San Paolo scrive le sue epistole” di Valentin de Boulogne (ca. 1620) – Houston Museum of Fine Arts