la Casa di Pietro

IV puntata, i paradossi nella vita e nella teologia di San Paolo

MIchele Zappella esplora ora il nucleo della “Lettera ai Romani”: la più famosa, la più studiata, la più controversa delle grandi lettere dell'”Apostolo delle Genti”

Entriamo ora nel vivo della lettera, tutta volta a considerare le relazioni tra Dio e uomini-donne. Il tema dominante, da 1,18 a 3,20, mi sembra possa essere così sintetizzato: l’incredulità, gravemente colpevole, di uomini-donne, sia pagani che giudei, che non glorificano Dio, nonostante le manifestazioni della sua potenza e divinità siano talmente palesi da rendere inescusabile il loro disconoscimento. Questo provoca l’ira di Dio avverso l’empietà e l’ingiustizia “di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (1,18). E qui si svela quanto di più inquietante possa esservi: Dio abbandona uomini-donne, non nel senso di un venir meno del suo disegno salvifico, bensì nel lasciarli immersi nella palude immonda delle loro passioni e perversioni. Procediamo per ordine. In 1,20 è detto con estrema chiarezza (non per i fideisti) che “dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute“. E’ questo uno dei passi classici, in cui si fa riferimento alla Rivelazione naturale, vale a dire alla possibilità di conoscere Dio, in virtù della sua testimonianza nella creazione, a tutti accessibile con l’intelletto. La natura è pur sempre specchio (anche se deturpato dal peccato umano) del suo Creatore. Ben diversa è la Rivelazione soprannaturale, attraverso cui “Dio nel suo grande amore parla agli uomini e si intrattiene con essi per invitarli alla comunione con Sé…Essa risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione” (Dei Verbum 2). Tale Rivelazione non è attingibile dalla sola ragione. Essa esige la fede e questa esige la grazia di Dio e gli impulsi interiori del suo Spirito. Ora, la manifestazione visibile delle “perfezioni invisibili di Dio” rende noto ciò che di Dio si può conoscere naturalmente da tutti: “Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto” (1,19). L’espressione greca to gnoston tou Theou, in latino quod notum est Dei, assume un colorito filosofico che si ritrova nei classici. E’ importante questa notazione di carattere linguistico, perché Paolo, alieno da ogni settarismo, è fautore di una religione aperta a tutti, filosofi e non filosofi, pagani e non pagani, una religione universale, cioè kath’holu, appunto cattolica. Il tema che, quasi come un leit motiv, ricorre nel brano in esame e fino a 9,22, è l’ira di Dio (il greco orghè indica, oltre che una collera profonda, anche un’emozione istintiva). L’ira, attribuita a Dio, va intesa in senso antropomorfo e metaforico, attraverso cui si cerca di cogliere qualcosa dell’incomprensibilità di Dio, servendosi dell’ esperienza umana.

Ma si capisce che Paolo vuole segnalare quanto Dio non resti insensibile, allora che gli uomini-donne, chiamati ad essere “conformi all’immagine del Figlio suo” (Romani 8,22), si staccano da Lui nell’empietà e nell’ingiustizia, proprio da Lui che “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Romani 8,32). Mai dimenticare che la lontananza da Dio è il peccato (quasi una personificazione dell’Iniquo) “che è entrato nel mondo e con il peccato la morte” (Romani 5,12). E sotto l’ira di Dio sono precipitati tutti, sia i pagani (1,18-32) che gli ebrei (2, 1-29; 3, 1-19). San Paolo, nel descrivere le conseguenze devastanti del peccato, non trova di meglio che ricorrere ai paradossi. “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti“; “Hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili“; “Essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore“; “E pur conoscendo che, secondo il giudizio di Dio, gli autori dei peccati meritano la morte, non solo continuano a commetterli, ma anche approvano chi li fa“; “O uomo che giudichi, mentre giudichi gli altri, condanni te stesso“; “Tu che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? Tu che proibisci l’adulterio, sei adultero?“. Dunque, “Giudei e Greci, tutti, sono sotto il dominio del peccato” (3,9). E dei peccati, diramazioni putride del peccato, Paolo fornisce un lunghissimo elenco (1,26-32), al quale rimando il benevolo lettore. Tra questi emergono quelli “contro natura” (1,26), rapporti delle donne con le donne, degli uomini con gli uomini. La teoria “progressista” Gender vi trova una profetica, inequivocabile, dura condanna, sempre valida in ogni tempo e in ogni luogo, perché ciò che è “contro natura” è sempre contro l’uomo e la donna, contro il creato, contro ogni forma di civiltà.
MIchele Zappella

Immagine: Luca Giordano (attr.), San Michele Arcangelo scaccia gli angeli ribelli, Duomo di Avellino.
Quest’opera, che ricalca fedelmente il prezioso bozzetto conservato nel mercato antiquario di New York (già segnalato dalla Fondazione Zeri)
e la celebre tela dell’Ascensione a Chiaia a Napoli, è la sintesi visiva del paradosso paolino analizzato nel testo. La figura luminosa dell’Arcangelo rappresenta la verità divina che “non resta insensibile”, mentre il groviglio di corpi in caduta libera illustra il drammatico “abbandono” di Dio: non una punizione arbitraria, ma la conseguenza naturale dell’uomo che, rinnegando la Rivelazione, precipita nella “palude delle passioni”. Il dinamismo barocco di Giordano cattura qui l’essenza dell’orghè divina, intesa come forza che ristabilisce l’ordine laddove l’ingiustizia ha tentato di soffocare la verità.
Foto di Vito Abate