V puntata – la legge, la Giustizia, la Fede, l’Amore
I paradossi nella vita e nella teologia di san Paolo – MIchele Zappella continua il percorso attraverso la “Lettera ai Romani”.

I capitoli e i versetti da 3,21 a 4,25, che avanzano verso il cuore della lettera, sono tra i passi più difficili del Nuovo Testamento, vera crux interpretum – croce esegetica per studiosi e commentatori di ogni tempo, da Fozio di Costantinopoli (IX sec. d.C.) a Lutero, sino ai moderni cattolici e protestanti, la cui interpretazione è concorde nell’essere discorde (solito paradosso). Così dice san Paolo da 3,21 a 3,25, principiando proprio da un paradosso: “Ora, a prescindere dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha esposto come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, per manifestare la sua giustizia con la remissione dei peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta adesso la sua giustizia, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù“. Una delle principali difficoltà sta in questo: i medesimi concetti e termini non sono sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda. Il paradosso iniziale ne offre un esempio tipico: la nozione di legge. Si prescinde da essa mentre proprio essa testimonia la giustizia di Dio. Qui, legge assume due significati differenti, addirittura antitetici. Il primo è di carattere generico, riferendosi alle opere della legge, “in forza delle quali nessun uomo verrà giustificato dinanzi a Dio” (3,20), come precisa Paolo. Non è tanto implicita la polemica paolina avverso il sistema farisaico che tendeva ad esasperare l’osservanza letterale della legge mosaica, ampliandone indiscriminatamente le prescrizioni e facendola prevalere sulla sua dimensione spirituale (la grazia e la misericordia di Dio), cui i profeti legheranno l’avvento dell’era messianica. In tal senso, legge e sue opere si rivestono di una negatività tale che da esse si può e si deve prescindere, ai fini della giustificazione. L’altro significato di legge, al contrario, è più specifico e sommamente positivo, perché la sua testimonianza abbraccia la Rivelazione divina della Bibbia ebraica. Questa è chiamata Tanakh, divisa in tre sezioni: Torah (Pentateuco, i libri mosaici della legge), Neviim (i libri profetici), Ketuvim (i libri sapienziali). Ebbene, è questa Bibbia che manifesta la giustizia di Dio. E questa Bibbia è l’eredità, cui si affida completamente Paolo, “ebreo, figlio di ebrei” (Filippesi 3,5). Ed è ancora questa Bibbia che prepara la “pienezza del tempo, quando Dio mandò il suo Figlio…perché ricevessimo l’adozione a figli” (Galati 4, 4-5). Per Paolo, l’ebraismo è la culla del cristianesimo. L’asse, intorno cui ruota il brano in esame, è la giustizia di Dio. A parte tre passi del vangelo secondo Matteo, tale espressione si rinviene solo in san Paolo e, fuori 2 Corinzi 5,21, solo nella lettera ai Romani, di cui 3,21-28 ne è il vertice teologico. Ma su quale sia il suo significato, le interpretazioni divergono anche profondamente: crux interpretum. Su queste sorvolo, cercando di scrutare della giustizia di Dio il senso meno lontano da quello di Paolo. Pare abbastanza probabile che tale espressione voglia indicare, innanzitutto, l’essere di Dio, di un Dio che “manifesta la sua giustizia, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (3,26). Ma in che consiste esattamente tale giustizia? La chiave che apre il suo mistero è la “fede in Gesù Cristo – iustitia Dei per fidem Iesu Christi” (3,22). In altri termini, è “il vangelo di Dio…riguardo al Figlio suo…costituito con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore” (1, 1; 3-4). E’ in questo vangelo “che si rivela la giustizia di Dio” (1,17). 3, 25 della lettera ci fa penetrare ancor di più nell’ampiezza contenutistica della giustizia di Dio: “Dio lo ha esposto come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, per manifestare la sua giustizia“. A tal riguardo, risulta fondamentale capire che espiazione è non solo il perdono dei peccati, dato da Dio per manifestare il suo amore per noi: “Dio manifesta il suo amore per noi, mentre eravamo ancora peccatori” (Romani 5,8). E’ anche la manifestazione della giustizia di Dio. Dunque, la giustizia di Dio è il supremo atto di amore per noi che sgorga dall’essere giusto, segno espressivo dell’essere di Dio. Questa sublime visione d’amore, che è la giustizia di Dio, sfugge ai nostri modi d’intendere la giustizia (punitiva, retributiva, commutativa, ecc.). Essa ha un qualcosa di ineguagliabile e inspiegabile eccedenza paradossale. Ora, proprio perché è, nel suo essere giustizia di amore, Dio può elargire come grazia tale giustizia ad ogni uomo e donna di ogni tempo e luogo. 3,26 della lettera così rivela: “Egli manifesta adesso la sua giustizia, per essere giusto e rendere giusti (giustificare) chi ha fede in Gesù“. Allora, in virtù della grazia, sgorgante dalla giustizia d’amore divina, l’uomo, che l’accoglie per fede in Gesù, diviene giusto, cioè partecipa di tale giustizia, la fa propria, così che la giustizia di Dio diviene la sua giustizia. La potenza salvifica della giustizia di Dio è indiscutibile. A ben vedere, Paolo, fedele alla Bibbia ebraica, come prima si è rilevato, si inoltra nella sua storia, conformandosi al concetto di giustizia di Dio, “sedaka, sedek“, che si riscontra nei rapporti tra Jahve e il suo popolo. Tale concetto assume un valore altamente salvifico, in particolare espresso dai profeti attraverso le immagini dell’amore matrimoniale Dio-popolo che assorbe in sé-amore la giustizia, spogliandola della sua originaria giuridicità. In tale contesto si sviluppa tutto il capitolo 4 della lettera, dedicato ad Abramo, alla sua fede, alla sua speranza, alla sua discendenza. Paolo parte da una citazione del libro della Genesi 15,6: “Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia“. Da questa, Paolo deduce: “Non in virtù della legge fu data ad Abramo o alla sua discendenza la promessa dell’eredità del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede” (4,13). Dunque, tutti noi siamo eredi della promessa, fatta da Dio ad Abramo, e della fede di Abramo, “il quale è padre di tutti noi” (4,16). E la fede di Abramo fu incrollabile: “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli” (4, 18). Paolo può, allora, concludere: “Ciò che fu accreditato come giustizia ad Abramo lo è anche per noi, a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (4, 23-25). In questo epilogo, san Paolo abbraccia l’intera storia della salvezza, rivelata dall’Antico e dal Nuovo Testamento, in una progressiva sequenza che da Abramo giunge al suo culmine nella Pasqua di Gesù Cristo, l’unico evento salvifico, finalizzato alla nostra pasqua dalla morte per i peccati alla risurrezione per la giustizia e per la gloria.
Michele Zappella
Immagine: Rembrandt, Il sacrificio di Isacco (1635), Ermitage.
Questo capolavoro incarna il vertice di Romani 4. La fede drammatica di Abramo, che spera contro ogni speranza, incontra l’eccedenza della grazia nell’intervento dell’angelo: il coltello cade, spezzando la logica punitiva della legge. Il corpo nudo di Isacco, illuminato dal chiaroscuro, diventa profezia visiva di Cristo, morto e risorto per la nostra giustificazione nell’unico disegno pasquale della salvezza.

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione
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