la Casa di Pietro

VI puntata – La “giustificazione”: grazia, pace, riconciliazione, giustizia, gloria

I paradossi nella vita e nella teologia di san Paolo – MIchele Zappella ci conduce ora nel “cuore” della “Lettera ai Romani”.

Ci addentriamo ora nel cuore della lettera, in un crescendo teologico impressionante, ma pure in un crescendo non meno impressionante di difficoltà interpretative. Nei capitoli da 5 ad 8 si svela appieno la complessità del pensiero dell’Apostolo delle genti, via via che sprofonda negli ascosi abissi del Mistero. Seguire tale inabissamento impegna al massimo le nostre limitate capacità di comprensione che non dipendono tanto dalle tortuosità di linguaggio, di concetti e di loro collegamenti logico-teologici, quanto dal paradosso della natura soprannaturale del Mistero stesso che splende come luce meridiana così abbacinante da offuscare la vista. Allora, la crux interpretum -croce degli interpreti s’innalza imperiosa, lasciando fedeli e non fedeli, teologi e non teologi, alle prese della comprensione dell’incomprensibile, ove è facilissimo disperdersi in tanti sentieri cognitivi, di frequente infruttuosi, incontrastati nel loro contrasto (sempre il paradosso). Il capitolo 5,1: “Giustificati dunque dalla fede” si collega subito con la conclusione del capitolo 4,25: “Gesù risuscitato per la nostra giustificazione“. Il tema dominante è quello della giustificazione. Occorre, a tal proposito, confrontare la giustificazione secondo Paolo con quella della dottrina giudaica. Questa insegna che si diventa giusti (giustificazione) unicamente con l’adempimento scrupoloso della legge mosaica e con il compimento delle sue opere (miswot). Così, l’osservanza della legge merita, di per sé, come suo diritto, la giustificazione: questa è opera dell’uomo che Dio deve solo dichiarare. Insomma, si tratta di una sorta di pelagianesimo ante litteram. Nei primi undici versetti del capitolo 5, Paolo penetra il senso e il contenuto della giustificazione alla luce della plenitudine della rivelazione cristiana che capovolge, da cima a fondo, la dottrina giudaica “pelagiana”. La giustificazione viene scandagliata in tutta la sua ricchezza. La fede è la sua fonte: “ Siamo giustificati ex fide, dalla fede“(5,1); il suo mezzo: “mediante per fidem, la fede” (5,2). Ma questa fede giustificante è tutta radicata, centrata, incardinata nel “Signore nostro Gesù Cristo” (cfr.5,1) e diviene operante “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (5,1). Questa ultima formula appare quasi il leit motiv, motivo ricorrente, non solo dei primi undici versetti, ma dell’intero capitolo 5. Eccone un’esposizione. “Giustificati dalla fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (5,1). “Per mezzo (del Signore nostro Gesù Cristo) abbiamo accesso, mediante la fede, a questa grazia, in cui stiamo” (5,2). “Giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui Cristo” (5,9). “Siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo” (5,10). “Ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (5,11). “La grazia di Dio e il dono concesso nella grazia di un solo uomo, Gesù Cristo abbondarono su tutti ” (5,15).L’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo” (5,17). “Regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (5,21). Appare chiaro che la formula “per mezzo di Gesù Cristo” voglia dire due cose. La prima è che Gesù Cristo è la causa da cui dipende tutto: la giustificazione, la pace con Dio, la grazia, la salvezza dall’ira, la riconciliazione con Dio, la gloria in Dio, la giustizia e la giustizia per la vita eterna. Si arguisce facilmente che qui si tratta della giustificazione in ogni suo aspetto, come un albero, saldamente piantato sulla terra fertile, con tutte le sue “abbondanti” ramificazioni. Ecco, allora, il contenuto della giustificazione, la sua essenza: grazia, pace, riconciliazione, giustizia, gloria, finalizzate a liberare l’uomo dal peccato e dal male. Siamo agli antipodi del giudaismo “pelagiano”: l’uomo non si giustifica da sé (la grave tentazione di sempre dell’autosufficienza umana) ma è giustificato solo ed unicamente da Dio “per mezzo di Gesù Cristo“. La seconda cosa, che la formula “per mezzo di Gesù Cristo” evidenzia, è la mediazione di Cristo. Con somma precisione, san Paolo la definisce nella prima lettera a Timoteo 2,5: “Uno solo è Dio e uno solo il mediatore tra Dio e l’umanità, l’uomo Cristo Gesù“. Paolo estende tale mediazione sia all’ordine della creazione: “Per mezzo (di Cristo) sono state create tutte le cose, nei cieli e sulla terra, visibili e invisibili” (Colossesi 1,16), sia all’ordine salvifico della riconciliazione: “Dio ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo” (2 Corinzi 5,18). Ma in che consiste la mediazione cristologica? E’quella di unire due estremi distanti: Dio e l’umanità. San Paolo ci tiene ad affermare che “il solo mediatore tra Dio e l’umanità è l’uomo Cristo Gesù“. Perché Cristo in quanto uomo? Perché solo così egli può fare da ponte, mediare, tra le distanze che separano Dio e uomo. Infatti, in quanto uomo è distante sia da Dio, sia da ogni altro uomo per la sua inarrivabile pienezza di grazia santificante. Se queste ultime spiegazioni seguono gli approfondimenti teologici di san Tommaso d’Aquino, che alla mediazione di Cristo ha dedicato un’intera Questione della Summa Theologiae (III, Q.26), spetta a san Paolo aver introdotto nel Nuovo Testamento la mediazione cristologica (Vangeli e Atti degli Apostoli non conoscono la parola “mediatore”). La figura di Cristo, come mediatore sacerdotale, viene sviluppata solo dall’anonima lettera agli Ebrei. Nel passo della lettera ai Romani, che si sta esaminando, san Paolo parla anche della mediazione dello Spirito Santo: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5). Due considerazioni s’impongono. La prima: la visione trinitaria che accomuna le mediazioni missionarie del Figlio incarnato e dello Spirito Santo, “dati” da Dio Padre. La seconda: le mediazioni missionarie del Figlio incarnato e dello Spirito Santo mirano ad effondere “l’amore di Dio nei nostri cuori“. Risaltano il principio, il movente, il fine di tutta la storia salvifica, irradiati dall’amore di Dio, che è Dio e che Dio riversa nei nostri cuori, manifestando la sua volontà di sceglierci già “prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore – en agape” (Efesini, 1,4).

Michele Zappella

Immagine: Vincent van Gogh, Il buon samaritano (da Delacroix), 1890
L’umanità, ferita e incapace di salvarsi da sola, trova il suo “Buon Samaritano” in Gesù Cristo. Egli si china sul nostro dolore, si fa carico delle nostre fragilità e ci riveste della sua grazia. In questo abbraccio vigoroso che sostiene e solleva, la fatica dell’uomo si scioglie: non siamo più schiavi dei nostri errori, ma giustificati gratuitamente. Da questo totale abbandono interiore nasce la vera pace con Dio.

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