la Casa di Pietro

VIII puntata: Liberati e fatti servi della giustizia

Entriamo ora, guidati sempre dal prof. Zappella, nel capitolo 6 della lettera ai Romani

 Il capitolo 6 si collega strettamente al capitolo 5 che si è commentato nella sua unità precedentemente, a conferma della tesi della continuità argomentativa, con cui san Paolo elabora e presenta la grande verità della giustificazione nelle sue finalità di remissione del peccato, di riconciliazione con Dio e di grazia, dono d’amore che rende giusto, santifica l’uomo che l’accoglie per fede. Tutta questa sovrabbondanza di salvezza si ottiene unicamente “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo“, “che è morto per noi“. Con il capitolo 5, già esso stesso una delle sintesi più compiute ed alte della fede cristiana, entriamo nel cuore della lettera in un vortice espansivo dogmatico, spirituale e mistico. Il capitolo 6 compie un balzo in avanti: la nostra incorporazione sacramentale, ecclesiale e mistica in Cristo, con la seguente nostra partecipazione all’evento, in cui culminano tutte le fasi della storia salvifica, quella che prepara l’avvento di Cristo, quella che Cristo realizza in pienezza, quella che noi, “servi di Dio” (6,22) e “uniti a Cristo con una morte simile alla sua per esserlo con la sua risurrezione” (6,5), testimoniamo e prolunghiamo: la Pasqua. La giustificazione, così, passa dalla sua rivelazione descrittiva alla sua concretizzazione effettiva. Questo capitolo è ritmato dal più sorprendente ed evangelico paradosso: morire per vivere. Esaminiamolo più da vicino. San Paolo continua la sua intellezione del mistero, partendo da dove aveva concluso il capitolo precedente: il peccato. Mai va tralasciato che per l’Apostolo il peccato, ovvero la hamartía (ἁμαρτία) non si limita ad un atto di rivolta contro Dio o di disobbedienza della sua legge, bensì si ostenta come potenza quasi personificata che scaglia l’uomo in uno stato mortifero permanente. Da qui, la necessità e l’urgenza della giustificazione. Nessun uomo può giustificare se stesso o un altro uomo, perché è legato dal peccato nei lacci inestricabili dell’impotenza di morte: “il peccato ha regnato con la morte” (5,21). Solo Dio “giustifica l’empio” (Romani 4,5) e la giustificazione è il suo “dono di grazia” (5,16). Ma per dispensare questo dono di grazia, Dio deve raggiungere l’uomo dove si trova, prostrato dal peccato e giacente nella morte. Allora, Egli “manda il proprio Figlio in una carne simile quella del peccato e in vista del peccato, per condannare il peccato nella carne” (Romani 8,3). E lo condanna dove il peccato, “entrato nel mondo“, “ha raggiunto tutti gli uomini“: la morte (5,12). Ecco, perché “Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (5,6). Ora, quello che si verificò, “quando venne nella pienezza del tempo, (cioè) Dio mandò il suo Figlio…perché ricevessimo l’adozione a figli” (Galati 4, 4-5), si riverbera e si diffonde in ogni tempo. Si compie, allora, la giustificazione straordinaria e sovrannaturale, donataci dalla grazia battesimale che ci immerge nella morte vivificante del Figlio, mandato dal Padre. Da qui, l’interrogativo retorico di Paolo: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? ” (6,3). Risponde l’Apostolo: “Siamo stati consepolti dunque con lui per mezzo del battesimo nella morte, perché come Cristo venne risuscitato dai morti grazie alla gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in novità di vita” (6,4). Sottolineo quel synetáphēmen (συνετάφημεν), cioè l’essere consepolti con Cristo, che rafforza, anche linguisticamente, la nostra associazione battesimale a Cristo, la cui morte balza in maggior rilievo col fatto della sepoltura. Anche in altri passi, san Paolo conia dei nuovi termini per indicare la strettissima relazione tra noi e Cristo che ci fa partecipare nella maniera più intensa possibile ai suoi misteri pasquali: synestáurōmai (συνεσταύρωμαι), concrocifisso con Cristo (Galati 2,20); synēgérthēte (συνηγέρθητε), conrisorti con Cristo (Colossesi 2, 12). Cristo solo con la sua morte può raggiungerci dove il peccato è sfociato: il mare della nostra morte. E qui ci assimila a lui, consepolti con lui e così cristificati nella morte. Infatti, “il nostro uomo vecchio è stato concrocifisso – synestaurōthē (συνεσταυρώθη) – con lui” (6,6). Ma, Cristo “non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (6,9). La morte in Cristo – quale paradosso! – è morta. Perché “Cristo è risuscitato dai morti” (6,9). Allora, proprio in virtù della nostra cristificazione, “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (6,8); “Anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù” (6,11). Ebbene, tutta questa possente azione di morte che muore e di vita che risorge si attua in noi “per mezzo del battesimo” (6,4). Col battesimo si dilata un canale di propagazione espansiva della grazia di giustificazione che opera la remissione del peccato e la santificazione di vita. E questo, perché, siamo cristificati, cioè concrocifissi, consepolti, conrisorti con Cristo. È il nostro nuovo essere, situato appunto su un piano ontologico di natura mistica e sacramentale. Ora, questo essere nuovo (ontologico) è carico di dinamismo nell’agire (secondo il principio “agere sequitur esse“, ben messo in rilievo da san Tommaso d’Aquino, per cui l’operare scaturisce dalla natura più profonda, metafisica, dell’essere). San Paolo concentra quel “camminare in novità di vita“, conseguenza della risurrezione di Cristo (cfr.6,4) che ci cristifica in un nuovo essere, in un’espressione ricorrente: “liberati dal peccato, siete diventati servi della giustificazione” (6,18); “mettete le vostre membra a servizio della vostra giustificazione” (6,19); “liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto della santificazione e come fine ultimo la vita eterna” (6,22). È così delineato, in pochi versetti, il “camminare in novità di vita” che impegna nel corso dell’intera esistenza i battezzati, nella loro nuova condizione di vita: trasformare il loro “essere schiavi del peccato” (6,17) in “servi della giustizia” (6,18). L’essere nuovo mistico e sacramentale è in perenne azione di conversione pasquale e morale. Alla fine, i capitoli 5 e 6 della lettera ai Romani, appaiono come un unico blocco argomentativo che tratta della giustificazione e di quanto la provoca e suscita: il peccato. Ma sembra che questo non sia sempre chiaro a tutti i commentatori.

Michele Zappella

Immagine: Il ritorno del figliol prodigo – Rembrandt (1669)
Questa è l’illustrazione visiva più profonda del passaggio dalla schiavitù alla servitù della giustizia.
Il figlio ha vissuto nel peccato (schiavo delle passioni), ma torna dal padre non per fare il padrone, ma per chiedere di essere trattato come uno dei suoi servi (“fatti servi della giustizia”).
Il volto del figlio è nascosto nel grembo del padre, e i suoi abiti sono logori. Le mani del padre lo stringono in un abbraccio che non opprime, ma accoglie. Diventare “servo” di un tale Padre significa trovare la vera libertà.

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione