La sommità assoluta: il Tutto della fede cristiana nella sua Verità, Bontà e Bellezza
Con queste parole Michele Zappella ci introduce nello “studio” del capitolo VIII della lettera ai Romani di San Paolo. X puntata

Il capitolo 8 conclude la tematica, avviata nel capitolo 5 e proseguita nei capitoli 6 e 7, secondo quella linea di continuità argomentativa che abbiamo tante volte illustrato. Si tratta, nel complesso, di una delle più profonde e potenti intellezioni teologiche e mistiche che si rinvengono nella Scrittura. Essa culmina in una sommità assoluta, illuminata da una luce contemplativa sfolgorante che assomma il Tutto della fede cristiana nella sua Verità, Bontà e Bellezza. Tale sommità è attinta proprio nel capitolo 8. Il “Dunque – ára (ἄρα)“, con cui si apre, conferma la sua continuità argomentativa con il precedente blocco dei capitoli da 5 a 7. E così procede: “La legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti quel che era impossibile alla legge, per la sua infermità a causa della carne, Dio (lo ha realizzato), mandando il proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato e per il peccato, ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si compisse in noi che non secondo la carne camminiamo ma secondo lo Spirito” (8, 2-4). In questi soli tre versetti, si ricapitola il Tutto della fede nei suoi misteri basilari (il rapporto dialogico tra il poco dell’uomo e il Tutto di Dio è il mistero-paradosso che regge la fede cristiana). Il principio è il Mistero dei misteri, quello che li origina e in cui essi si compiono: il Mistero della Trinità divina. Ecco “Dio” (Padre), il “proprio Figlio“, lo “Spirito di vita“. È la Trinità considerata in se stessa (immanente) ed è la Trinità, cosiddetta economica, che si manifesta, operando nella storia della salvezza: “ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte…mandando“. E in questa economia salvifica penetra il mistero dell’Incarnazione: “Dio manda il proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato“. Da qui, si rivela la straordinaria novità dell’Incarnazione: un’umanità, “a somiglianza” della nostra, quella di Gesù Cristo, si immerge nel Mistero di Dio. E si immerge “perché la giustizia della legge si compisse in noi“: ecco i misteri della redenzione e della riconciliazione tra Dio e noi che, attuati una volta per sempre dal Cristo crocifisso e risorto, ora e sino alla consumazione escatologica dei secoli, si prolungano in “noi” nel mistero della Chiesa. Grazie ad essa, entriamo nel suo corpo mistico ed eucaristico col battesimo (non dimenticare che in questi capitoli il “noi” sono i battezzati). Allora, il mistero dell’economia salvifica assume un carattere specifico sacramentale che ci consente di “camminare secondo lo Spirito” , in vista della nostra cristificazione conformante e trasformante del con essere con Cristo, concrocifissi e conrisorti con Lui. È tutta una concatenazione, connexio, di misteri che san Paolo contempla e ci fa contemplare, già nell’esordio di questo magnifico capitolo 8, per consolarci nelle afflizioni, incoraggiarci nelle ostilità, rafforzarci nei severi impegni di quell’ecclesiale apostolato missionario che solo può salvare il mondo. E questo apostolato, che tutti i cristiani coinvolge nella Chiesa e fuori di essa nel mondo, è una vocazione ed un’elezione divine, sostenute da una molteplicità di carismi, di doni ordinari e straordinari che rendono possibile la nostra “collaborazione” con Dio. Proprio questo, san Paolo rivela ai Corinzi, nella sua prima lettera 3,9: “Siamo infatti collaboratori di Dio“. La traduzione italiana di “collaboratori” non rende tutta la potenza dinamica dell’originale greco synergoí (συνεργοί), che esprime, appunto, la sinergia, l’interazione, tra Dio e uomini nello svolgimento, in reciproca comunione-koinonia,della comune opera della salvezza universale, cioè “cattolica”. Se appena appena, oggi, i cristiani e i cattolici per primi fossero coscienti dell’immensa e tremenda responsabilità che hanno dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, dormirebbero poco di notte.
Il capitolo 8 ci offre delle “preziosità”, racchiuse nella Parola di Dio ispirata. La ricchezza di tale Parola è tale da riempire una sola espressione di più verità contemporaneamente. Il che complica non poco il lavoro interpretativo. Il versetto 1 è, a tal riguardo, esemplare, quando parla “dello Spirito di vita in Cristo Gesù“. Un primo significato di tale espressione è facilmente attingibile: Cristo Gesù è colmato dallo Spirito che lo inabita. Il richiamo immediato è volto al profeta Isaia 61,1-2 che proclama: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà agli schiavi, la scarcerazione ai prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore…per consolare tutti gli afflitti“. Esattamente queste parole, nel Vangelo secondo Luca 4, 16-21, sono applicate, nella sinagoga di Nazaret, da Gesù a se stesso: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura“. Ma questo Vangelo data tra il 70 e il 90 d.C., mentre la lettera ai Romani è stata scritta tra il 55 e il 57 d.C. Non sembra superfluo, allora, chiedersi quanto la tradizione paolina abbia influito sull’evangelista, anche dal momento che Luca ha accompagnato Paolo nei suoi viaggi missionari. Ma, oltre questa verità esplicita, espressa nello “Spirito di vita in Cristo Gesù“, a significare la pienezza di Spirito di Gesù, ve n’è un’altra implicita. Se Gesù è totalmente pieno di Spirito, solo Gesù può donare lo Spirito di vita. E qui non v’è alcun collegamento con l’Antico Testamento, segnatamente con il Secondo Isaia, i cui quattro Carmi del Servo di Jahvè, sono quelli che più prefigurano l’avvento dell’Eletto di Dio e descrivono, particolarmente il Quarto (53, 1-12), in modo impressionante la sua passione. Al contrario, il dono dello Spirito da parte di Gesù è ampiamente rivelato nel Vangelo secondo Giovanni o, meglio, di Giovanni, come suggerisce Rudolf Schnackenburg nel suo monumentale commento a tale Vangelo, per evidenziarne l’autonomia rispetto ai Sinottici. Prima di tutto, Gesù promette ai “suoi” la venuta del Consolatore, “lo Spirito di verità (16,13): “Quando me ne sarò andato, vi manderò il Consolatore…Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà” (16, 7.14). Quando Gesù manda lo Spirito? Già quando muore sulla croce? L’originale greco (19,30) scrive: paredōken to pneuma (παρέδωκεν τὸ πνεῦμα), tradotto dalla Vulgata: tradidit spiritum. Diversi esegeti, insieme a quelli della Bibbia di Gerusalemme, vedono, nel “consegnò lo spirito“, un preludio della chiarissima comunicazione dello Spirito Santo ai discepoli, la sera di Pasqua: “Gesù alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” ” (20,22). Allora, si pone l’interrogativo se la tradizione paolina “dello Spirito di vita in Cristo Gesù” abbia avuto un seguito o, almeno, un riflesso in Giovanni. Non sembri peregrina questa ipotesi, dal momento che il problema delle fonti, cui attinge Giovanni con la sua scuola alla fine del I secolo a.C., e la questione dello sviluppo storico delle origini del suo Vangelo, sono, da sempre e oggi ancor di più, molto dibattute in sede esegetica, così che un minimo di saggia prudenza non può nulla escludere. Tanto più questo, se si tengono presenti i diversi punti di contatto tra la cristologia paolina e quella giovannea: Enumero i seguenti: 1 – l’invio del Figlio: “Dio ha mandato il suo Figlio“; 2 – La designazione “Figlio di Dio” (14 volte in Paolo, 11 in Giovanni); 3 – Il Figlio di Dio come Messia; 4 – La preesistenza di Gesù Cristo; 5 – Cristo crocifisso e risorto.
Michele Zappella
Immagine: La Disputa del Sacramento (1509-1510), capolavoro di Raffaello Sanzio
Situato nella Stanza della Segnatura nei Musei Vaticani, rappresenta la sintesi visiva più alta della teologia cristiana. L’opera è stata scelta perché traduce in forme e colori l’esatta dinamica descritta in Romani 8. Al centro dell’affresco si staglia l’asse verticale della Trinità: Dio Padre nell’alto dei cieli, il Figlio Gesù glorificato ma chiaramente impresso nella sua carne umana, e lo Spirito Santo sotto forma di colomba che discende verso l’umanità. Lo squarcio di fondo in oro zecchino incarna quella «luce contemplativa sfolgorante» che assomma il Tutto della fede. L’opera unisce perfettamente la Trinità immanente (il Mistero in sé) e la Trinità economica (che opera nella storia), mostrando come il mistero dell’Incarnazione colleghi in un dialogo perenne la terra e il cielo.

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione
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