Il “sogno” irrisolto di Avellino: perché la lettera del Vescovo Arturo non basta per dialogare con il Sindaco e le opposizioni
A distanza di mesi dalle elezioni amministrative di Avellino 2026, quel breve contributo pre-elettorale offerto dal Vescovo Arturo Aiello può essere utile per riattivare il dibattito cittadino? Nato come uno stimolo alla riflessione per la città, lo scritto era stato accolto all’epoca con qualche doveroso apprezzamento o isolata critica, finendo per essere praticamente ignorato dai veri protagonisti della campagna elettorale, troppo impegnati in logiche di schieramento per raccogliere provocazioni culturali. Sarebbe corretto rispolverare quel testo e proporlo come piattaforma programmatica per un confronto diretto con il Sindaco ed il consiglio?

Chi contesta l’efficacia di quel testo come base per un dialogo istituzionale odierno muove critiche che è difficile non condividere. Il limite più evidente è il silenzio su piaghe endemiche che stringono Avellino e l’Irpinia: nella visione del pastore non si trovano riferimenti espliciti alla camorra e alla penetrazione delle mafie nel tessuto economico, né si fa menzione dell’evasione fiscale Colpisce soprattutto l’assenza di una riflessione sul lavoro nero e sommerso: una piaga che non rappresenta solo un dramma sociale ed economico per chi lo subisce, ma che costituisce il terreno più favorevole e fertile per il radicamento della criminalità. È proprio in questo cono d’ombra che prospera un’illegalità diffusa di attività economiche in nero, spesso tollerate o colpevolmente “non viste” da una politica locale distratta, che preferisce ignorare il fenomeno piuttosto che contrastarlo attivamente. Fenomeni reali che condizionano la vita dei cittadini molto più delle suggestioni poetiche.
Anche sul piano economico e della giustizia sociale, l’appello ha suscitato qualche riserva. La questione non è essere contrari alla valorizzazione dell’ambiente o dei parchi cittadini, elementi di per sé fondamentali per la qualità della vita, ma è una chiara questione di priorità nelle spese. Si pensi alle opere per i disabili – come la storica pedana della Cattedrale, progettata quindici anni fa e mai realizzata – o alla necessità stringente di strutturare e potenziare i servizi di welfare, l’accoglienza d’emergenza e tutte le iniziative territoriali di sostegno quotidiano destinate agli ultimi della città. Senza trascurare il decoro urbano, occorre dare priorità a chi è rimasto indietro. Manca infine una chiave di lettura contro il cosiddetto “white fascism”, quella strisciante deriva burocratica e illiberale che anestetizza le democrazie locali, e manca del tutto il senso del “come”: non c’è traccia di una proposta concreta su come realizzare i sogni elencati.
Tuttavia, nel tradurre queste necessarie critiche in un bilancio politico, bisogna essere intellettualmente onesti e riconoscere la natura dell’intervento. Quello del Vescovo non è mai stato un programma amministrativo, né aveva la pretesa di esserlo. Nel bene e nel male, questo è lo stile consolidato di Arturo Aiello: una scrittura che procede per metafore evocative, che preferisce “le rose” al realismo crudo della denuncia frontale. Pretendere che un breve contributo pre-elettorale contenesse l’intera enciclopedia dei problemi di Avellino significa chiedergli di essere ciò che non è.
Il punto nodale, oggi, è un altro. Se quel testo fu ignorato dai cittadini durante la campagna elettorale, usarlo oggi come traccia per incalzare i consiglieri ed il Sindaco rischia di essere un’operazione parziale e inefficace. Le critiche sollevate sono sacrosante: per aprire un confronto serio con l’amministrazione non bastano i sogni poetici del pastore, ma serve la durezza dei dati, della legalità e dei diritti negati. Solo integrando la visione alta di Aiello con la concretezza di ciò che ha omesso si potrà costringere la politica a rispondere davvero alla città.
Giuseppe Pastena
Riferimenti:
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