“Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo”
Con questa citazione di Leone XIV Michele Zappella commenta uno dei passaggi più “duri” del cap. VIII della Lettera ai Romani di San Paolo. XI puntata.

La teologia “dello Spirito di vita in Cristo Gesù” assurge, nel capitolo 8, ad un vertice assoluto. Non si tratta solo di una rivelazione, filtrata dall’intellectus fidei del teologo, che si attesta sul piano meramente teoretico e dottrinale, bensì di una rivelazione che investe tutta l’esistenza cristiana ed umana nella sua quotidianità in vista del suo esito escatologico. Essa si traduce nell’Evangelo che, senza paragoni nella storia umana, proclama le parole più decisive, consolanti, emancipatrici mai pronunciate né prima, né dopo di Cristo:”La legge dello Spirito in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… (Il Figlio) ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della legge si compisse in noi che non secondo la carne camminiamo ma secondo lo Spirito” (8, 2-4). Il versetto 5, che incomincia con οἱ γὰρ (Hoi gar, “infatti”), si aggancia con quanto lo precede, per introdurre una distinzione netta tra due mondi, due categorie di uomini: “Quelli che sono (vivono) secondo la carne…quelli invece che sono (vivono) secondo lo Spirito“. Le conseguenze di questi due modi di essere e di vivere non lasciano spazi di compromissione: “I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace” (8,6). Il termine greco φρόνημα (phrónēma), che, nel contesto suddetto, viene tradotto generalmente con “desiderio, aspirazione”, dice molto più di quanto si traduce. Esso indica un “gustare” un modo di pensare e di vivere che abbraccia tutto l’uomo con tutte le sue facoltà intellettive e volitive. Dunque, Paolo vede una contrapposizione tra uomini carnali “secondo la carne” e uomini spirituali “secondo lo Spirito“. Ma, “quelli che sono (vivono) nella carne non possono piacere a Dio” (8,8). Certo, un’antitesi così marcata può urtare una mentalità, ampiamente diffusa nella Chiesa, che tende a smorzare i contrasti, in nome di un irenismo “ecumenico”, peggio in nome di un’edulcorazione, mitigazione della fede nelle sue esigenze inderogabili. San Paolo richiama i tanti cristiani dimezzati, che credono di credere, mentre ignorano di non credere, alla realtà dell’Evangelo di Cristo che l’evangelista Matteo 5,37 ben mette in rilievo: “Sia il vostro parlare ‘sì. sì, ‘no, no’; il di più viene dal Maligno“. Illuminanti e definitive, a tal proposito, risultano queste parole di Papa Leone XIV, rivolte al Dicastero per l’Evangelizzazione, il 28 maggio 2026: “Non è annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si rende il Cristianesimo attraente“.
Dinanzi alla tragedia, che incombe su “quelli che sono nella carne“, san Paolo rassicura i “suoi”: “Voi però non siete nella carne, ma nello Spirito, se è certo che lo Spirito di Dio abita in voi” (8,9). Stupenda questa corrispondenza tra l’essere noi nello Spirito e l’essere lo Spirito in noi, in una reciproca inabitazione che riflette il mistero-paradosso del nostro poco nel Tutto di Dio e del Tutto di Dio nel nostro poco. Dall’inabitazione si diparte l’esperienza suprema dell’esistenza cristiana: quella della contemplazione mistica. Subito dopo aver parlato dello Spirito di Dio, san Paolo precisa: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene” (8,9). Risulta evidente l’inquadramento trinitario dell’inabitazione nel suo dinamismo processionale: lo Spirito di Dio procede da Dio Padre; lo Spirito di Cristo Dio-Uomo, Figlio di Dio, procede oltre che da Dio Padre anche da Dio Figlio. Ma questo dinamismo processionale non si reclude nella vita intima, ab intra, della Trinità, bensì si riversa ad extra nella vita di coloro, i quali sono inabitati dallo Spirito di Dio e appartengono allo Spirito di Cristo, di coloro cioè che sono incorporati in Cristo come sue membra. San Paolo così prosegue: “E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione” (8,10). L’orizzonte dell’inabitazione trinitaria si espande e si precisa con quel “Cristo è in voi “.
L’abitare dello Spirito del Padre e l’avere lo Spirito di Cristo comportano l’avere Cristo. E questo perché le Persone trinitarie sono inseparabili l’una dall’altra, in quanto sono l’una con l’altra nell’altra, nel grande mistero della perichoresis (περιχώρησις) o circumcessio, difficile da rinvenire oggi nella predicazione ordinaria, nell’evangelizzazione, nella catechesi di comunità cristiane, in cui si parla molto di Dio e poco o niente della Trinità.
Continuiamo nell’esame del versetto 10: “Il vostro corpo è morto a causa del peccato“. In che senso il corpo è morto a causa del peccato? Innanzitutto in senso sacramentale. Mai dimenticare che i “voi” di san Paolo sono i battezzati: “Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?” (6,3). Ora, se, in sede teologica, il battesimo, “ex opere operato“, conferisce la grazia che significa, quel che significa e realizza è ben detto da Paolo: “Uniti completamente a Cristo con una morte come la sua, lo saremo anche con la sua risurrezione…morti con Cristo, crediamo che vivremo con lui” (6, 5.8). Dunque, la morte del corpo a causa del peccato assume un significato del tutto salvifico, perché la morte in Cristo è morta (paradosso) e per la sua grazia battesimale è morta in noi, così che “il corpo del peccato è distrutto” (6,6). Ma il “corpo morto a causa del peccato” può anche essere interpretato in senso fisico, sulla base di quanto Paolo ha già affermato: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (5,12). Il chiaro riferimento è al peccato del primo uomo e della prima donna, vale a dire al peccato originale, sia a quello originans (commesso da Adamo ed Eva), sia a quello originatum (trasmesso a tutta l’umanità). Questa tesi, storicamente, è stata sposata da diversi Padri della Chiesa (tra cui sant’Agostino), da grandi teologi (tra cui san Tommaso d’Aquino), da insigni biblisti (tra cui Padre Lagrange). Ma, grazie alla presenza di “Cristo in voi”, nella prospettiva dell’inabitazione trinitaria, “lo spirito è vita a causa della giustificazione“. Lo spirito è quello di ogni uomo e di ogni donna, la loro parte interiore più intima e alta, appunto spirituale. Essa, più che vitale, è vita (πνεῦμα ζωή, pneuma zōē). E diventa vita in virtù della giustificazione (δικαιοσύνη, dikaiosynē), l’azione e la grazia divine che salvano e liberano dalla morte l’uomo che vive inabitato dalla Trinità.
Michele Zappella
Immagine: El Greco, La Pentecoste (1597-1600), Museo del Prado, Madrid.
Con i suoi corpi allungati e protesi verso l’alto, e la dirompente energia delle fiamme divine, l’opera di El Greco incarna visivamente il «vertice assoluto» di Romani 8. Non una dottrina astratta, ma l’irruzione della «legge dello Spirito di vita» che libera l’umanità e la trasfigura in vista del suo esito escatologico.

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione
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