“Abbà! Padre!”: l’intima tenerezza di Dio
Continuiamo, guidati sempre dal prof. Zappella, il nostro “percorso” nella teologia di san Paolo attraverso la lettera ai Romani. XII puntata.

Col versetto 11, sempre del capitolo 8, mutano alcune prospettive, delineate in precedenza, come il passaggio da una contrapposizione tra due ben precise categorie di uomini, carnali e spirituali (Cfr. 8, 5-6) ad una contrapposizione tra carne-morte e vita-Spirito che agita l’interiorità di ogni uomo e di ogni donna. Non solo, ma si nota pure il passaggio da una visione della salvezza già presente ad una visione futura, escatologica, della salvezza allora che essa avrà compimento e plenitudine. Leggiamo tale versetto: “Se poi lo Spirito di chi risuscitò Gesù dai morti abita in voi, chi risuscitò dai morti Cristo vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi“. Una notazione terminologica. Ho tradotto ζῳοποιεῖν (zōopoieîn) con “vivificare”, mentre altri traducono con “dare la vita”. La scelta dipende dal fatto che nell’etimologia del verbo greco non è contenuto solo il dare la vita con la risurrezione dei corpi (un evento unico), bensì anche il dare la vita con l’infusione della grazia (un evento reiterato). In altre parole, “vivificare” dice molto di più che il “dare la vita“.Paolo continua: “Dunque, fratelli, siamo debitori non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, la morte vi sarà sopra; ma se con lo spirito mortificate le opere del corpo, vivrete” (8, 12-13). Se, nel versetto 11, è ben delineata la prospettiva escatologica della salvezza, nei due versetti successivi emerge con forza la dimensione interiore di ciascuno dei “fratelli” e di ciascuno di noi, alle prese quotidianamente col contrasto tra l’impulso a “vivere secondo la carne“, così da subire l’assalto della morte, e la sollecitazione dello spirito a “mortificare le opere del corpo“, così da stringere la vita. Con somma maestria, Paolo traccia lo stato di un’umanità decaduta, preda del micidiale binomio carne-morte, eppure proiettata da una divina elezione-predilezione verso la salvezza, inscritta nel binomio vita-Spirito. Proprio lo spirito umano, sorretto dallo Spirito di Dio, è in grado di “mortificare le opere del corpo“, onde vivere nella pienezza di una vita, aperta all’inabitazione trinitaria. Allora, può Paolo dare l’annuncio più lieto che si possa proclamare, l’annuncio stupendo del suo Vangelo: «Quanti infatti sono mossi dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E non avete ricevuto uno spirito di schiavitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli (pneûma huiothesías – πνεῦμα υἱοθεσίας), nel quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8, 14-15). «Abbà, ὁ πατήρ (ho patḗr)»: Paolo abbina la parola aramaica con quella greca, che sottolineano l’intima tenerezza che lega il fanciullo al padre e che lo spinge a chiamarlo: babbo, papà, caro padre. Così Gesù si rivolgeva al Padre, persino nell’ora più angosciosa della sua esistenza terrena: «Abbà! Padre! […] allontana da me questo calice» (Mc 14, 36). Questa è la rincuorante maniera di rapportarci a Dio, non al Dio “tremendae maiestatis” che atterrisce dall’alto della sua lontananza da noi, ma al Dio Abbà, Padre, Babbo, Papà, da amare come Lui ci ama.
San Paolo così illustra e approfondisce quanto ha detto prima: “Lo Spirito stesso rende testimonianza allo spirito nostro che siamo prole di Dio” (8,16). Alcuni rilievi sintattici e terminologici. Nell’avvio “Lo Spirito“, la mancanza di una congiunzione: e, dunque, o, ma (asindeto), che lo leghi con ciò che precede (mentre sovente Paolo ricorre alla congiunzione) dà una maggiore incisività al suo dire e, nel contempo, lo sviluppa in progressione. Poi, ho tradotto alla lettera tékna (τέκνα), plurale di téknon (τέκνον: “ciò che è nato”, tékna “creatura”, “discendenza”, “progenie”), con «prole». Infatti Paolo, nel versetto citato, usa tékna invece di hyioí (υἱοί – «figli»), come ci si attenderebbe. Perché? Per dare risalto ad un senso che tékna possiede e hyioí no, quello di amorevolezza, sensibilità e tenerezza che esprime appieno quanto Dio sente nei nostri confronti. Noi per Lui siamo, più che figli, i suoi pargoli, i suoi “piccoli” da allevare, sollevare, elevare nell’abbraccio paterno e materno del suo amore appassionato e infinito. Paolo, ora, amplia il suo discorso: “E se (siamo) prole (tékna ), anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, a condizione che consoffriamo con Lui per essere con Lui conglorificati” (8,17). E’questo un versetto di forte intensità teologica. Prima di tutto, avanzo un’osservazione. L’Apostolo continua a sostituire tékna -prole a hyioí – figli, cosa che nessuna versione coglie, in quanto si traduce tékna sempre con figli. E così si perde molto di quanto Paolo dice. Infatti, nella gamma dei molteplici significati di téknon (τέκνον) è ricompreso anche quello di «discendente», «erede» (klēronómos – κληρονόμος). Allora si può apprezzare l’accuratissima attenzione che Paolo riserva alle parole che adopera. L’Apostolo accantona hyioí – figli e gli preferisce tékna-prole, proprio per quelle caratterizzazioni che si sono, in precedenza, messe in rilievo. E questa preferenza gli permette di entrare nel concetto di klēronómoi (κληρονόμοι – «eredi»). che espande il significato di tékna-prole. Paolo concatena parole e concetti con una logica rigorosa che i traduttori italiani, poco attenti all’originale greco, non capiscono e non fanno capire. Dal punto di vista teologico, nel versetto considerato, c’è veramente il tutto in poco e il poco in tutto (solito paradosso). C’è la nostra relazione con la Trinità: con Dio Padre-Abbà, di cui siamo prole ed eredi; con Dio Figlio incarnato, di cui siamo coeredi, con Dio Spirito Santo che rende testimonianza al nostro essere prole di Dio. C’è poi la nostra cristificazione personale ed ecclesiale, in quanto, incorporati in Cristo, consoffriamo con Lui e con Lui siamo conglorificati. C’è infine l’esortazione (parenesi) a vivere questi misteri, su cui si edifica l’intera fede cristiana: Trinità e Incarnazione..
Michele Zappella
Immagine; Il Guercino (Giovanni Francesco Barbieri), Il ritorno del figliol prodigo (1654-1655; San Diego Museum of Art).
L’opera traduce visivamente lo «spirito di adozione» di cui parla Paolo (Rm 8,15). Al centro, l’abbraccio intimo esprime la tenerezza del grido “Abbà!”. Sulla sinistra, il dettaglio del servitore che reca i nuovi abiti e l’anello simboleggia l’istante preciso in cui la fragile creatura (téknon), spogliata di tutto, viene reintegrata nella dignità giuridica e spirituale di erede (klēronómos).

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione
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