“Il paradosso di Michele”
La vita, la storia, la nostra fede rilette attraverso la “non logica” del paradosso, Michele Zappella ci guida attraverso i vangeli alla scoperta di questa chiave interpretativa

Henri-Marie de Lubac, uno dei maggiori e più influenti teologi del secolo scorso, esperto al Concilio Vaticano II, nominato cardinale da Giovanni Paolo II, nella sua monumentale opera, ha dedicato diversi scritti ai paradossi che, a suo avviso, caratterizzano la vita di fede, rilevandone la complessità, le asperità, le apparenti contraddizioni, le forti tensioni, appunto: i suoi paradossi. Scrive de Lubac: “Il Vangelo è pieno di paradossi…Ed è giusto chiedersi se ogni dottrina spirituale un po’ forte non debba necessariamente rivestire una forma paradossale…Ci sono dei paradossi d’espressione…e ci sono dei paradossi reali. Questi presuppongono un’antinomia: una verità ci ferisce, un’altra verità la equilibra… E’ per questo che così spesso né Gesù né S. Paolo equilibrano il paradosso. Essi non temono tanto l’interpretazione folle quanto quella che lo fa venir meno e lo priva del suo “eroismo” “. (Paradossi e nuovi paradossi, p.5). Da queste parole, possiamo dedurre i molteplici significati di paradosso. Quello d’espressione privilegia le accese tonalità e i contrasti delle parole in una forzatura, spinta ai limiti dell’assurdo in una sorta di estrema paradossalità, per meglio evidenziare delle verità evangeliche. Eccone due esempi, offerti dal Vangelo secondo Matteo. Il primo: “In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senape, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (17,20). Ecco la vera fede che Gesù vuole da noi: un’attiva, dinamica, incessante sequela della sua Persona divina e umana che si sviluppa, in un crescendo inarrestabile, a partire da un piccolo seme sino ad osare l’impossibile, ben altro che un’anchilosata passività fiduciale di stampo luterano. Il secondo: “E’ più facile per una corda passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio” (19,24). E’ un insegnamento di vitale importanza. Affidare la propria esistenza ad un esclusivo materialismo filosofico-culturale e morale, strozza la nostra umanità sino a soffocarla nullificandola.

Il paradosso reale si distingue nettamente da quello d’espressione. Se quest’ultimo si basa su una costruzione “immaginifica” di tipo letterario, il primo invece è tutto dentro la concretezza dell’esistenza quotidiana, in cui si rivela il paradosso dell’unica Parola di Dio che è, al contempo, sensibilmente percepibile e spiritualmente inafferrabile in quella suprema comprensione del mistero che “comprehendit incomprehensibile esse” (S.Anselmo, Monologion 64). Anche qui, diamo due esempi, tratti dal Vangelo secondo Matteo . Il primo: “Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi” (20,16) conclude la parabola dei lavoratori di una vigna, pagati tutti un denaro, sia quelli assunti all’alba che quelli alle cinque pomeridiane. Esso, tanto risoluto ed energico, mira ad evidenziare, proprio con la sua fermezza indiscutibile e la sua struttura paradossale, la distanza che separa l’ordine dei valori sociali terreni (la nostra giustizia sindacal-contrattuale) e quello dei valori che governano il regno di Dio (il dono di amore misericordioso, con cui Dio unitrino ci abbraccia tutti senza distinzioni di genere, di età, di appartenenza sociale o di orari nel linguaggio evangelico). Il secondo esempio: “Chi ama padre o madre più di me, non é degno di me…Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me non é degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà” (10, 37-39). Il paradosso del trovare la vita perdendola e del perdere la vita trovandola esprime in maniera perentoria e inequivocabile quanto sia arduo, ma vincolante, quanto sia faticoso, ma cogente, il seguire Cristo nella sua imitazione più totale e perfetta che sola consente di essere degni di Lui. Una lezione di vita e di fede per quanti e sono tanti in un’ecclesialità scristianizzata che, un altro paradosso, pensano di salvarsi a buon mercato mentre si perdono con buona probabilità.
Michele Zappella
Nell’immagine l’opera di Hieronymus Bosh “Cristo porta la Croce”
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