la Casa di Pietro

Il Vangelo secondo Michele

Continua la riflessione di Michele Zappella sul paradosso come chiave interpretativa della fede, ispirati da Padre de Lubac che affermava: ” Il Vangelo è pieno di paradossi“.

Christus Triumphans di Mirabella Eclano

Il Vangelo è pieno di paradossi“. Ma che s’intende per Vangelo? Molte più cose di quanto comunemente si pensa. Vangelo traduce il termine greco  euanghélion, formato da eu – bene e anghélion – annunzio; dunque, vuol dire, alla lettera, “buon annunzio” o “annunzio di bene”, più ampiamente, “dono  per  il lieto annunzio recato da un messaggero”, in senso più profondamente cristiano: “annuncio di pace, di giustizia, di amore come grazie apportate da Gesù Cristo unico Salvatore di tutti”. Perché una parola greca e non, come sarebbe d’aspettarsi, una ebraica come besorath ? Perché il greco  era, per così dire, la lingua ufficiale delle prime comunità cristiane, sia di quelle orientali più numerose, sia di quella di Roma. Ecco perché i Vangeli  sono scritti in greco. E’ il greco della koinè, non quello classico; è il greco del periodo ellenistico-romano, il greco  di tutto il Nuovo Testamento. Trascorrerà nella Chiesa, più o meno, un secolo e mezzo, per avere un’opera in latino: l’ Octavius dell’apologeta Minucio Felice. Il sostantivo euanghélion ricorre, per quanto concerne i Vangeli, 8 volte in Marco e 4 in Matteo. Esaminiamo il primo, ricorrendo all’ausilio dell’esegesi  scientifica. Così esso comincia: “Principio del vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio“. In tale contesto possono convenire tre interpretazioni di “vangelo di Gesù Cristo“: quella del genitivo soggettivo dà rilievo a Gesù come annunciatore del Vangelo; quella del genitivo oggettivo mette in risalto che Gesù è il contenuto del Vangelo, meglio è il Vangelo; infine, quella che indica il genere letterario di Vangelo come opera scritta che segue l’annuncio orale del messaggio di salvezza, a testimonianza storica che è la Tradizione della Chiesa a precedere la Scrittura e non viceversa. Scorrendo, ora, l’intero scritto di Marco, si possono evidenziare i caratteri distintivi del “Vangelo”.

1 – Esso non è una biografia di Gesù, intesa come ricostruzione complessiva della sua vita che ne abbraccia cronologicamente i fatti e gli insegnamenti. L’evangelista non è uno storico, bensì è un catecheta e un teologo che mira all’annuncio e all’istruzione di una comunità, per elevarla alla conoscenza di una storia di Cristo che è essenzialmente salvifica.

2 – Il Vangelo, di conseguenza, non ci dice nulla dell’aspetto esteriore di Gesù, né ci racconta  come si siano sviluppati la sua personalità e il suo pensiero. Se talvolta si accenna ai moti dell’animo di Gesù (compassione, indignazione, meraviglia, ecc.) è per rimarcare l’amore che segna tutta la sua azione salvifica.

3 – In tale prospettiva, assumono notevole risalto e ampio spazio le narrazioni della passione e morte del Cristo, eventi fondanti della redenzione e della salvezza.

4 – Il Vangelo non isola Gesù in maniera esclusiva, ma vi comprende  pure il suo Corpo, la comunità dei seguaci che aspirano alla salvezza: “Chi perderà la sua vita per me e il vangelo, la salverà” (8,35). E’ questa comunità ad essere chiamata a continuare la missione salvifica di Gesù che nella predicazione, nella preghiera e, soprattutto, nell’Eucaristia si rende presente e donatore di luce e di ogni grazia.

5 – Ed è questa comunità che, dopo la Pasqua, e sino alla fine del mondo, dovrà universalizzare il Vangelo in una prospettiva escatologica. Questi aspetti del Vangelo in Marco appaiono comuni anche agli altri evangelisti, sebbene in contesti redazionali completamente diversi, come meglio si vedrà in seguito.

Michele Zappella

Nell’immagine il Christus Triumphans di Mirabella Eclano: una sintesi visiva del pensiero di Henri de Lubac “il mistero della croce è il paradosso supremo”