Parola e Scrittura
Un nuovo contributo di Michele Zappella sul paradosso della Parola di Dio, trascendente, immanente, eminente
La Parola di Dio, per giungere a “tutte le generazioni” (Dei Verbum, n.7), sceglie nella sua Sapienza d’Amore di affidarsi alle parole umane. È un ulteriore aspetto del paradosso della trascendenza che si fa immanente perché l’immanenza si faccia trascendente. Ancora una volta, è la Parola trascendente a prendere l’iniziativa. Essa deve rivelare il Mysterion divino all’immanenza umana in modo da garantire, con assoluta certezza, la sua verità liberatrice, la sua somma bontà, lo splendore della sua bellezza. E tutto affida ai libri della sacra Scrittura, per la salvezza degli uomini e delle donne di ogni tempo e di ogni luogo. E qui il paradosso risalta appieno. La trascendenza, volendosi rivelare all’immanenza nell’immanenza e, anzi, assumendola nell’incarnazione della Parola-Logos-Verbum, non fa a meno di essa. E, quindi, la valorizza, chiamandola a partecipare alla salvifica opera della sua elevazione trascendente: Dio non salva l’uomo senza l’uomo. La Parola di Dio si rivela all’uomo per mezzo di uomini, in libri da essi scritti: da profeti e sapienti del Primo (Antico) Testamento; apostoli ed evangelisti del Secondo (Nuovo) Testamento.

Ma le parole umane, proprio perché, nella loro finita immanenza, sono caricate dall’infinita trascendenza della Parola di Dio, abbisognano di essere potenziate, oltre ogni potenza umana, da un soffio divino: è l’ispirazione, “Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo” (Dei Verbum, n.11). L’ispirazione è segno inconfondibile dell’iniziativa divina. Quindi, i libri sacri “hanno Dio come autore“. Ma, “Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte” (Dei Verbum, n.11). La Bibbia è un’opera sinergica di Uno, che è autore divino, e di tanti altri che sono autori umani. Ma la distanza tra questi autori, Dio e uomini, sarebbe incolmabile e renderebbe impossibile tale sinergia, se la Parola non si fosse tradotta in parole, se Dio Grande non si fosse fatto piccolo. E qui si accentua il supremo paradosso del Grande che si fa piccolo, perché il piccolo si faccia grande. Mosè ricorda ad Israele: “Il Signore non ti ha scelto perché eri più numeroso degli altri popoli – sei il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore ti ama…Tu sarai benedetto più di tutti i popoli” (Deuteronomio 7, 7; 14). Tale scelta d’amore si espande nel corso di tutta la storia e interessa il nuovo Israele e tutti gli uomini, segnati indelebilmente dalla Parola che si serra in parole perché le parole possano contenere la Parola. E l’Intero converge sulla piccolezza. Già Mosè l’aveva evidenziato: “Nella terra in cui stai per entrare per prenderne possesso… davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei, e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te…il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo particolare tra tutti i popoli che sono sulla terra” (Deuteronomio 7,1; 6). Il nuovo Israele, la Chiesa, è pur esso un “pusillus grex“: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo Regno” (Luca 12,32). Ma tale piccolezza si sublima (ecco ancora il paradosso) in umiliazione della Parola incarnata, come rivela il toccante inno cristologico della Lettera ai Filippesi 2, 6-11: “Cristo Gesù, esistendo fin da principio in forma di Dio…svuotò se stesso, prendendo forma di servo…umiliò se stesso, divenendo obbediente fino alla morte e morte di croce. E per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome sopra ogni nome…e ogni lingua confessi Gesù Cristo Signore a gloria di Dio Padre“. Gesù Cristo si è umiliato perché noi fossimo esaltati. Sempre il paradosso nella sua illogica (per noi) profondamente logica (per Dio).
Michele Zappella
Immagine: Il Cristo Pantocratore nel Duomo di Monreale è un maestoso e imponente mosaico bizantino nell’abside centrale, raffigurante Gesù Onnipotente e Sovrano dell’universo, che benedice con la mano destra e tiene il Vangelo aperto (“Io sono la luce del mondo”) con la sinistra, con uno sguardo severo ma accogliente che abbraccia l’osservatore e simboleggia il suo dominio e la sua presenza salvifica in tutta la creazione.
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