I paradossi nella vita e nella teologia di San Paolo
1 – Gli scritti di San Paolo. In questa serie di articoli Michele Zappella ci guida alla scoperta della persona e della personalità di Paolo di Tarso figura fondamentale per la “comprensione” del Vangelo di Gesù Cristo.

La fonte principale per conoscere la persona e la personalità, di eccezionale complessità, di san Paolo, è compresa nel Nuovo Testamento ed è costituita dalle tredici epistole o lettere scritte e dettate dall’apostolo, contenute nel canone che ne fissa l’ispirazione divina. Già la seconda lettera di Pietro 3, 15-16, ricordando la salvezza del Signore nostro, continua: “così vi ha scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo secondo la sapienza che gli è stata data, come in tutte le lettere, nelle quali egli parla di queste cose“. E’una testimonianza neotestamentaria di straordinaria importanza, perché riconosce l’apostolicità di Paolo nella sua rivelazione ispirata della salvezza “del Signore nostro” e, nel contempo, constata come tale ispirazione permea “tutte le lettere” che Paolo “ha scritto secondo la sapienza che gli è stata data“. Alla luce di tale antichissima testimonianza, che risale con grande probabilità alla seconda metà del I secolo d.C., perdono di mordente le considerazioni di molta critica esegetica moderna che riduce le lettere paoline originali da 13 a 7 o che, addirittura, inserisce Paolo nella corrente dello gnosticismo. La realtà è che Paolo teneva moltissimo ad autenticare i suoi scritti, anche quelli dettati. Comunque, non esiste ragionevole dubbio che le ispirate parole umane di Paolo riflettano la Parola di Dio e che la loro immanenza racchiuda la trascendenza e l’eminenza della Parola. Ecco il paradosso fondamentale che concerne la comunicazione di Dio a noi, tesa a farci partecipare alla sua comunione d’amore, a quel Mysterion salvifico che proprio Paolo ha penetrato nella sua sommità. Sembra, allora, necessario dare uno sguardo, sebbene assai sintetico, agli scritti canonici di Paolo per avviarci a conoscere il suo pensiero teologico, la sua testimonianza di vita, la fede incrollabile, guida e animazione feconda della sua missione apostolica che ha inciso radicalmente nella storia della Chiesa, del Cristianesimo, dell’umanità. E’possibile distinguere le lettere in quattro sezioni. Quella delle prime lettere, la seconda quella delle grandi lettere, la terza racchiude le lettere della prigionia, la quarta comprende le lettere pastorali.
Le prime lettere – Prima e seconda lettera ai Tessalonicesi – Tessalonica (in greco Thessaloniki, in turco Selanik, in italiano Salonicco) era capitale della Macedonia. Città di transiti e scambi commerciali, includeva vari gruppi etnici con propri culti religiosi. Paolo vi fonda la comunità cristiana. La prima lettera loda la vita teologale dei suoi componenti: “l’opera della vostra fede, lo sforzo della vostra carità, la fermezza della vostra speranza” (1,3). Nello stesso tempo, ne elogia l’apostolato evangelizzatore (1,8). Significativo è il richiamo al paradosso di una Parola che, pur contenuta in parole umane, resta sempre Parola di Dio: “Avete accolto non una parola d’uomini, ma, com’è realmente, la parola di Dio, la quale è potenza in voi che credete” (2,13). Paolo ora ci apre il suo cuore col manifestare tutto il suo amore di apostolo per i Tessalonicesi: “Ora sì che noi viviamo, poiché voi state saldi nel Signore” (3,8). Ancora, si intravedono (4, 3-8) i primi indizi dell’elenco dei vizi che sarà sviluppato nelle lettere ai Galati, ai Romani, alla prima Corinzi, ai Colossesi. Questo dei vizi è un argomento di natura morale che ha interessato, oltre che la Scrittura ebraica e cristiana, oltre che i Padri della Chiesa (Lattanzio, san Basilio, specialmente san Gregorio Magno), anche i filosofi ellenici (Platone, soprattutto Aristotele, gli stoici). Ebbene, san Paolo, fedele osservante dell’ebraismo e apostolo di Cristo, è nondimeno tutto proteso verso l’ellenismo. E’ l’esigenza imprescindibile d’una missione evangelizzatrice che da Gerusalemme scatta verso il mondo, a incominciare da quello ellenico. E’ il paradosso che regge l’azione paolina: l’ebraismo e il cristianesimo si aprono all’ellenismo, perché l’ellenismo si apra all’ebraismo e al cristianesimo. Ma il tema dominante della lettera è quello escatologico. E’ un’escatologia imperniata sulla parousia di Cristo, ma questa “venuta” del Salvatore è imminente, riguarda proprio gli uomini della generazione di Paolo. Si tratta della più antica convinzione, generalizzata nelle prime comunità cristiane: il Risorto non tarderà a venire, anzi sta per venire. Paolo ne è certo al punto che già si sente coinvolto nell’evento finale della storia: “Il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore” (4, 16-17). La seconda lettera ai Tessalonicesi mostra un carattere e un linguaggio apocalittici. Il termine apokalypsis appare qui per la prima volta (in san Paolo sarà ripetuto ben 13 volte rispetto alle 22 della Bibbia greca). Esso vuol dire, alla lettera, apo– lontano da e kalypto– nascondere, quindi, rimuovere ciò che nasconde, svelare, manifestare. Che cosa? Il “mistero dell’iniquità” che “rivela l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni esser e, chiamato e adorato come Dio, fino ad insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio” (2, 3-4). Senza usare la parola “anticristo“, che solo la prima e la seconda Lettera di Giovanni adottano, Paolo lo individua in chi è e agisce come antagonista, avversario implacabile di Dio e di Cristo che, addirittura, troneggia nel tempio di Gerusalemme. Paolo, poi, allarga la visuale, svelando gli effetti terrificanti che l’empio, l’iniquo, causa nella comunità umana e cristiana, “a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati. Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna e siano condannati tutti quelli che, invece di credere alla verità, si sono compiaciuti nell’iniquità” (2, 9-11). Quale lezione per chi ha edulcorato e mistificato l’Evangelo (anche qualche teologo di fama, sia cattolico che protestante), sino a proclamare che alla fine tutti saranno salvati. È il paradosso dell’inferno: vi sarà perduto chi è convinto di essersi salvato. Ma l’anticristo, nella Chiesa e nel mondo, ha i giorni contati. Lo dice san Paolo: “Il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta” (2,8).
Michele Zappella
Immagine: Il dipinto raffigura i santi Pietro e Paolo ed è opera del pittore spagnolo Jusepe de Ribera, noto come “Lo Spagnoletto”.
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