la Casa di Pietro

Paolo di Tarso: Lettera ai Galati

I paradossi nella vita e nella teologia di san Paolo II parte: MIchele Zappella inizia questo percorso prendendo in esame le “grandi lettere” dell’Apostolo delle Genti

Al tempo di san Paolo, la Galazia era una provincia romana, situata sull’altopiano anatolico (oggi in Turchia), e quivi l’apostolo aveva fondato diverse “chiese della Galazia“, cui indirizza la sua lettera. Già il saluto iniziale della lettera è ricchissimo di contenuto sia cristologico che soteriologico. Prima di tutto, Paolo rivendica la sua dignità di “apostolo non da uomini, né in virtù di un uomo, ma in virtù di Gesù Cristo e di Dio Padre” (1, 1). La parola “apostolo” deriva dal greco “apostello” che vuol dire inviare, mandare con un incarico preciso, che presuppone un legame stretto tra mandante e mandato. Nel Vangelo giovanneo, l’Inviato dal Padre, il Logos-Figlio, a sua volta invia i propri discepoli, appunto inviati, cioè apostoli. Ed ecco, subito dopo, quello che potrebbe dirsi un inno liturgico, elevato da Paolo a “Dio Padre nostro e al Signore Gesù Cristo, che diede se stesso per i nostri peccati, allo scopo di sottrarci al mondo presente malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen” (1, 3-5). L’occasione della lettera è data da un’intenzione insidiosa, che tormenta fin d’ora la vita di Paolo: quella di alcuni che predicano un “altro vangelo“, in difformità da quello di Paolo. E’ il “vangelo” dei giudaizzanti, secondo cui solo “le opere della legge“, quella di Mosè, giustificano. Paolo ribatte energicamente: “Non è giustificato alcun uomo per le opere della legge, ma solo in forza della fede in Gesù Cristo” (2,16). E soggiunge: “mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio” (2, 19), così da attingere alla più elevata esperienza mistica possibile: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2,20). Dunque, il tema che caratterizza la lettera è la giustificazione. Paolo non parla di salvezza, termine consueto nella predicazione di Pietro, degli apostoli e anziani della Chiesa di Gerusalemme; egli insiste esclusivamente sulla giustificazione (dikaiosune in greco, mentre soteria, sempre in greco, significa salvezza). Perché? Perché Paolo non ha mai celato il suo essere giudeo e giudeo fervente: “Mi ero spinto nel giudaismo, superando i miei coetanei e connazionali, fanatico com’ero delle tradizioni dei miei padri” (1,14). E di questo essere giudeo traccia il percorso di vita, dal perseguitare “fieramente la Chiesa di Dio” sino alla vocazione ad annunziare il Figlio di Dio “in mezzo ai pagani, dalle diverse consultazioni con gli apostoli a Gerusalemme sino al loro definitivo riconoscimento della sua missione di “andare verso i pagani” (Cfr.1, 11-24; 2, 1-10). E qui, Paolo apre il discorso su quella giustificazione che appartiene alla tradizione biblica ebraica. La sua legge, dice l’apostolo, “è divenuta per noi come un pedagogo per condurci a Cristo, perché fossimo giustificati grazie alla fede” (3,24). Ecco il disegno grandioso, a mio avviso, concepito da Paolo in una visuale teologica unitaria della Rivelazione: far scaturire dall’ebraismo il cristianesimo. La giustificazione si presta mirabilmente a tale fine: dalla Bibbia ebraica erompe il Testamento di Dio in Cristo. Giustificare, nell’Antico Testamento, significa diventare giusto davanti a Dio e per sua volontà. Il che presuppone l’essere peccatore. L’Antica Rivelazione non lascia dubbi in proposito. Il Miserere nel Salmo 51,7 è inequivocabile: “Nella colpa io sono nato; nel peccato mi ha concepito mia madre“. San Paolo, si è visto (2,16), è drastico: solo la fede in Cristo giustifica. Nel redarguire i Galati “stolti“, egli ricorda il Crocifisso, quindi, evidenzia che, non le opere della legge, ma solo il dono dello Spirito conduce all’ “ascolto del messaggio della fede“. Infine, presenta il dato storico decisivo: “Abramo credette a Dio e questo fu per lui un titolo di giustificazione“. Sì, proprio in Abramo, padre del giudaismo, “saranno benedette tutte le nazioni“, proprio in Abramo che non ha tante discendenze, bensì una sola: Gesù Cristo (3, 1-16). Ed ecco il massimo paradosso. Rivestiti di Cristo, “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù…e discendenza di Abramo“(3, 27-29). Le divisioni visibili e reali non hanno più consistenza in se stesse se si accorpano nell’unità invisibile, ma sempre reale, di Cristo Gesù. La lettera prosegue con una verità molto cara a san Paolo, la nostra filiazione divina: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna…perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre” (4,4-6). Dunque, tutta la Trinità opera la nostra adozione filiale divina e la opera con quelle missioni trinitarie visibili e invisibili, specialmente approfondite da san Tommaso d’Aquino. E viene in risalto un’altra conseguente verità, non sempre tenuta nel debito conto: l’inabitazione trinitaria nei nostri cuori. Questa presenza divina, fuori e dentro di noi, ci assicura il dono della libertà: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (5,1);”Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri” (5,13); “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne…Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (5,24). Dunque, Paolo precisa l’ubi consistam della libertà. Essa non è, come molti oggi l’intendono, libertinismo di ogni tipo, bensì servizio nella carità. Essa è una liberazione dal male, dataci da Cristo. Essa è vita nello Spirito e un camminare secondo lo Spirito. Essa comporta una lotta contro la carne e le sue avide passioni egoistiche. La conclusione della lettera è una testimonianza di vita esemplare che dovrebbe essere scritta a caratteri cubitali nella nostra mente e nel nostro cuore: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura” (6, 14-15).

Michele Zappella

Immagine: Questa opera raffigura “Legge e Grazia” (tedesco: Gesetz und Gnade), un’opera fondamentale del pittore rinascimentale tedesco Lucas Cranach il Vecchio, realizzata intorno al 1529.
Utilizzata soprattutto in ambito protestante, paradossalmente dà grande risalto alla figura di Maria