VII puntata: “Salvati mediante la Sua vita”
MIchele Zappella continua il suo percorso “nella” Lettera ai Romani dell’apostolo Paolo…

Fin qui, mi sono soffermato segnatamente sui primi 11 versetti del capitolo 5. La giustificazione è il loro centro di rivelazione. Si sono considerate della giustificazione tutte le diramazioni essenziali: pace, grazia, salvezza, riconciliazione con Dio, gloria in Dio. Si è approfondita la formula “per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo“, nelle sue molteplici efficienze salvifiche, derivanti dalla mediazione cristologica che riflette, opera e consacra l’irradiazione dell’amore trinitario su tutte le genti di tutti i tempi. Da ora in poi, in riferimento ai versetti 12-21, sempre del capitolo 5, s’avanzano problemi interpretativi di difficilissima soluzione. Ma, sul piano interpretativo-esegetico, avviene qualcosa di strano e di inverosimile. Gli esegeti, che sono normalmente in contrasto incontrastato tra di loro (primo paradosso) appaiono adesso in una sorta di concordia scordata (secondo paradosso). Per mettere a fuoco questo, è necessario conoscere, per sommi capi, quanto dicono i versetti 12-21 in questione. Prima bisogna, però, ricordare quanto hanno rivelato gli immediati precedenti versetti: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi“(5,8); “Ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di Cristo” (5,9); “Se siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (5,10); “Ci gloriamo in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale abbiamo ottenuto ora la riconciliazione” (5,11).
Così esordiscono 12-21: “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (5,12). Nel testo greco originale, va sottolineato quel dià toûto (διὰ τοῦτο), cioè «quindi, perciò, pertanto» che si collega logicamente, in particolare, agli immediati precedenti 5,8-11, introducendo un loro approfondimento esplicativo, all’interno di una continuità argomentativa. Vedremo che proprio questa mia convinzione si scontra con l’esegesi corrente. Il versetto 12, che parla del peccato di un solo uomo, causante la morte di tutti gli uomini, “perché tutti hanno peccato“, amplia la sua prospettiva nei versetti 13-14. È una prospettiva storica che si diparte da prima della legge: “Fino alla legge c’era peccato nel mondo“. Quindi, si avvia un parallelismo Adamo-Gesù Cristo: “la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo che è figura di colui che doveva venire” (5,14). Si tratta in 13-14 di “un passo tormentato“, che ha scatenato molteplici interpretazioni, tanto da far dire ad Otto Kuss (autore di un monumentale commento alla lettera ai Romani in tre volumi): ” Paolo, trovandosi di fronte ad un pensiero difficile, non riesce ad esprimerlo con la chiarezza desiderata“. Su tali interpretazioni sorvolo.
Procediamo nel commento. Introdotto in 5,14 il parallelismo Adamo-Gesù Cristo, in senso analogico, per palesare la loro influenza sull’universalità umana e cosmica, Paolo prosegue nell’evidenziare, in senso antitetico, l’azione mortifera di Adamo e quella giustificante di Cristo: “Se per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini” (5,15). L’antitesi è radicale tra “uno solo“, un uomo, causa di morte per tutti, e “un solo uomo“, Gesù Cristo, causa di grazia che si dona, riversandosi “in abbondanza” su tutti gli uomini. Tale dono di grazia è finalizzato alla “giustificazione” (5,16). Il pensiero di Paolo si amplia verso una direzione escatologica: i giustificati “regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo” (5,17). E proprio tale direzionalità della “giustificazione per la vita eterna” (5,21), che conclude l’intero capitolo 5, dà un senso preciso ad ogni affermazione in esso contenute. Tra le ultime di queste vanno segnalate le antitesi tra “disobbedienza” ed “obbedienza” (5,19), e tra “abbondanza del peccato” e “sovrabbondanza della grazia” (5,20).
Da quanto fin qui detto, mi pare chiaro che l’intero capitolo 5 costituisca un unico blocco letterario, sia logico che teologico, caratterizzato, come si è accennato, da una continuità argomentativa di un pensiero, quello di san Paolo, volto a rivelare i diversi e connessi aspetti di un solo tema: la giustificazione. Si resta, perciò, perplessi dinanzi a tutti i commenti e a tutte le traduzioni che, invece, scindono il capitolo 5 in due parti: la prima dai versetti 1-11 e la seconda dai versetti 12-21, in cui, a loro parere, vengono svolti temi, materie, argomenti diversi. Le stesse traduzioni riflettono questa separazione. Per brevità, solo alcune esemplificazioni. Quella della CEI 2008 titola 1-11: “I frutti della giustificazione” e 12-21: “Adamo e Cristo“. Non diversamente quella della Bibbia Concordata da cattolici, ebrei (solo l’A.T.), patriarcato ecumenico, comunità di Taizé, titola 1-11: “Pace con Dio e speranza della vita eterna” e 12-21: “Adamo-Cristo“. Non fa eccezione l’autorevole Bibbia di Gerusalemme. Ma tutti, dico tutti, non tengono alcun conto dell’unica redazione che fa testo, quella dell’originale greco, in cui il capitolo 5 è riportato per intero, senza alcuna suddivisione; (nei codici del greco originale, il testo è un continuum, interrotto solo dal numero dei capitoli e scandito dal numero dei versetti). E tutti, dico tutti, si lasciano fuorviare dalla Vulgata latina che, arbitrariamente, introduce la separazione, sempre nel cap. 5, tra 1-11: “Pax cum Deo et spes salutis” e 12-21: “Peccati primitivi deletio“. Da qui, la deriva della ridda delle interpretazioni esegetiche che errano nell’incertezza, ora alla ricerca inconcludente di un qualche raccordo tra 1-11 e 12- 21, ora bloccandosi nel motivare le presunte ragioni della distinzione tra 1-11 e 12-21. Il risultato è l’incomprensione totale o, al più, parziale di un intero capitolo della lettera ai Romani.
Ora, non occorre un intelletto di alto livello o una sublime ispirazione celeste, per capire quel che veramente vuol dire l’Apostolo delle genti. Basta leggere il testo originale greco, in cui è stato redatto il capitolo in questione, più che mai al servizio di una logica e unitaria connessione argomentativa! E allora, tutto appare chiaro e coerente. Come si è accennato, il tema dominante del capitolo 5 è la giustificazione, distribuita nelle sue molteplici innervature (pace, riconciliazione, salvezza, gloria), tra cui risalta la grazia: “Per mezzo di Cristo abbiamo ottenuto di accedere a questa grazia, in cui ci troviamo” (5,2); “La grazia di Dio e Il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini” (5,15). La “sovrabbondanza” della grazia è il leit motiv del capitolo 5. La grazia è dono di Dio, meglio, è Dio stesso che si dona: “Grazia a voi da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo che ha dato se stesso per i nostri peccati” (Galati 1, 3-4). E il dono di grazia prorompe dall’amore: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Romani 5,5). Ecco, la giustificazione è grazia di Dio, dono sovrabbondante d’amore che, paradossalmente, dà la vita al prezzo di una morte: “Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi” (5,8). Dunque, “mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi“; “come per la disobbedienza di uno solo tutti sono costituiti peccatori, così per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (5,19); “laddove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (5,20). Appare di una logicità teologica indiscutibile che il peccato sia il presupposto, meglio, la conditio sine qua non” della giustificazione, in una strettissima connessione intrinseca: il peccato giustifica -paradosso- la sua giustificazione. La giustificazione è grazia del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, elargita da un amore che culmina nella donazione totale, suprema: “Cristo è morto per noi“. Il peccato è la condizione di una “giustificazione che dà vita” (5,18), in virtù della quale si può “accedere, mediante la fede, a questa grazia, in cui ci troviamo” (5,2). Noi siamo “giustificati per la fede” (5,1). E la fede implica, per sua natura, un’attività, una capacità di assentire per accedere alla grazia che impegna tutte le risorse intellettive e volitive umane. Siamo lontanissimi, con san Paolo, dalla passività fiduciale di Lutero che vede nel peccato una deletio (termine ripreso dalla Vulgata), una distruzione assoluta che paralizza l’uomo, abbandonandolo inerte in balia di una imponderabile predestinazione selettiva, tanto cara a Calvino, ma altrettanto anti biblica.
Michele Zappella
Immagine: Rembrandt, L’Innalzamento della croce (1633)
L’artista olandese si ritrae (in cappotto azzurro) mentre solleva la croce. In un paradosso solo apparente, lungi dal generare la “passività inerte” spesso attribuita al calvinismo, la teologia della grazia attiva qui una drammatica e personalissima assunzione di responsabilità: l’uomo riconosce il proprio peccato come causa della Crocifissione, per aprirsi all’abbraccio della misericordia divina.

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione
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