la Casa di Pietro

XIII puntata: “Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura”

Il paradosso negli scritti di San Paolo come chiave di lettura della teologia dell’apostolo. Continua il nostro approfondimento sotto la guida di Michele Zappella.

Nel versetto 18, sempre del capitolo 8, san Paolo, in nome della continuità argomentativa, si collega al versetto precedente 17. In questo, ricordiamo, egli ha svolto un’intensa riflessione teologica (fides et ratio) sulla nostra eredità di prole di Dio (τέκνα, tèkna), attestata dallo Spirito al nostro spirito, che ci fa coeredi di Cristo, e innestata nella divina realtà trinitaria. Quindi, egli si sofferma sulle sofferenze e sulla gloria di Cristo, esortandoci a cristificarci, facendo nostre le sue sofferenze e la sua gloria.

Ora, dopo il volo teologico, l’Apostolo pare sostare nel considerare tutte le implicazioni, conseguenti alla nostra immersione nel grande mistero, mistero pasquale, delle sofferenze di Cristo come via obbligata per il conseguimento della sua gloria, sofferenze e gloria comprese nella nostra coeredità di Cristo: “Io ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che si manifesterà in noi”. Il tono del discorso paolino ora si fa estremamente pratico ed altamente drammatico. L’Apostolo scava nel nostro corpo sino alla scarnificazione e sprofonda nell’abisso del nostro spirito sino allo strazio. È qui, nella complessa entità umana, che alberga il più sconcertante paradosso che soprintende alla nostra esistenza: morire per vivere, soffrire per entrare nella gloria.

Questa visione realistica giustifica una terminologia ad essa adeguata: caducità, vanità, corruzione, debolezza, che si dirama lungo la pericope che va da 8,19 a 8,27. Essa registra l’incessante levarsi di gemiti. Il verbo greco στενάζειν (stenàzein – gemere) esprime, meglio dell’italiano, il senso di astenia, oppressione, prostrazione. I gemiti la percorrono come un motivo ricorrente (leitmotiv). Ma la percorrono solo momentaneamente. Perché? Perché il “tempo presente” non è definitivo, come non sono definitive le sue sofferenze con il loro corteo di gemiti, causati dalla caducità e dalla debolezza della condizione umana.

La verità che Paolo non cessa mai d’inculcare è questa: la salvezza universale è già ora presente e operante. Tuttavia, essa non è compiuta nella sua pienezza, è ancora in fieri, ma è tutta protesa verso la sua consumazione finale, escatologica: la “gloria futura”. E questa “gloria futura” è talmente pregna di “speranza” (altro leitmotiv della pericope) da assicurare, fin d’ora, che “si manifesterà in noi”, perché la speranza cristiana non è utopia, bensì certezza presente del veniente futuro di gloria. La gloria: in Paolo e in genere nel Nuovo Testamento, essa indica Dio stesso nel fulgore della sua maestà che si irradia nel cosmo e nella storia, particolarmente per mezzo di Cristo, “sul cui volto essa risplende” (2 Corinzi, 4,6).

Ora, il trinomio “sofferenze, speranza, gloria”, sintesi dello scrivere di Paolo, intesse l’intera trama dei “gemiti”: quello del creato (8,19-22), quello nostro di credenti (8,23-25), quello infine dello Spirito (8,26-27).

Il gemito del creato

“L’attesa spasmodica delle cose create è rivolta alla rivelazione dei figli di Dio; infatti il creato fu sottomesso alla vanità, non per suo volere, ma per quello di chi l’ha sottomesso, con la speranza (ἐπ’ ἐλπίδι, ep’ elpìdi) di essere liberato dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutto il creato è in gemito e nelle doglie del parto sino ad ora”.

Sorvolo sulle tantissime e discordi interpretazioni dei Padri della Chiesa, dei teologi, dei biblisti, comunque segni di oggettive difficoltà che il testo contiene. Esse insistono, in particolare, sul come intendere il creato e il suo rapporto con noi. A me sembra che tale rapporto sia inscindibile nel senso che noi siamo creati e nel creato, da esso dipendenti, così come il creato, sottomesso alla corruzione (da parte di noi uomini, con allusione al peccato adamitico?), dipende da noi e dalla “gloria dei figli di Dio”. Quanto sia attualissimo questo tema, che investe l’intera ecologia, è appena il caso di dire.

Molto belle e penetranti le seguenti riflessioni di san Tommaso d’Aquino, riferite proprio a Romani, 8,21, che guardano all’ultimo fine, quello escatologico: “Quando questo sarà compiuto, l’umanità sarà stabilita nel suo termine. Siccome tutti gli esseri corporali esistono per l’uomo, è conveniente che allora lo stato del mondo materiale riceva una transformación, così da essere armonizzato con quello dell’umanità. E come gli uomini saranno incorruttibili, anche l’universo materiale sarà sottratto alla corruzione. Poiché, allora, lo stato dell’uomo, liberato dalla corruzione, sarà rivestito di gloria, sarà necessario che anche il mondo materiale acquisti il suo splendore” (Summa contra Gentiles, L.IV, cap.XCVII).

Il gemito dei credenti

“Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, a nostra volta gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Perché nella speranza fummo salvati. Ora la speranza che si vede non è più speranza: infatti quello che uno vede, come anche lo spera? Ma se quello che non vediamo lo speriamo, lo aspettiamo con ferma pazienza”.

Non solo il mondo umano e infraumano, con tutte le sue creature, ma anche i battezzati, i credenti, quelli che “possiedono le primizie dello Spirito”, si sciolgono in gemiti. La parola ἀπαρχή (aparchè), nel greco antico, si riferisce ad attività agricole: la raccolta dei primi frutti. In qual senso, quello teologico, l’usa san Paolo? Il fulcro di pensiero, cui attenersi a mio parere, è l’inabitazione dello Spirito in noi, quello Spirito che geme e intercede per noi, come riveleranno i successivi versetti 8, 26-27. In tale ottica, le primizie dello Spirito, più che a singoli carismi donati dallo Spirito, indicano il dono dello Spirito stesso, personalmente operante in noi.

Qui, veramente (per chi crede), la fede attinge al suo vertice: l’esperienza mistica. Ma tale presenza dello Spirito inabitante è ancora stabilita nelle “primizie” che presuppongono un compimento plenario: “l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. E qui, la garanzia suprema è assicurata dalla speranza, “perché nella speranza fummo salvati”. La speranza non vede, altrimenti “non è più speranza”. Essa è molto di più di un simple “vedere”, perché è un “vedere l’Invisibile” (paradosso), sgorgante dal più solido fondamento possibile e immaginabile: lo Spirito che, per questo, ci fa aspettare “con ferma pazienza”.

Il gemito dello Spirito

“Così anche lo Spirito viene in aiuto della nostra ἀσθένεια (asthèneia – debolezza, infermità, prostrazione), perché quel che dobbiamo chiedere come si conviene neppure sappiamo, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori conosce i desideri dello Spirito, perché secondo Dio implora per i santi”.

Quel che il teologo Paolo scrive, il mistico Paolo sente nel suo interiore homine. Teologia e mistica sono indissolubili. I sommi teologi sono pure sommi mistici: sant’Agostino, san Tommaso, san Bonaventura docent. Così, i sommi mistici sono pure sommi teologi: santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce docent. Solo un’esegesi mistica può avvertire i gemiti e le intercessioni dello Spirito e le implorazioni “secondo Dio per i santi”, può avvertire con quale amore Dio si concede a noi, perché noi possiamo concederci al suo amore.

Michele Zappella

Immagine: Dettaglio del profeta Giona (Michelangelo, Volta della Cappella Sistina).
Nella sua celebre e faticosa torsione corporea, Giona incarna visivamente quel paradosso paolino dell’«attesa spasmodica» (apokaradokia): il corpo risente della sottomissione al tempo e alla fatica, ma lo sguardo è interamente proteso all’insù, rigenerato dalla speranza della liberazione.

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione