XIV puntata: L’inno all’Amore di Dio nella Lettera ai Romani
Si conclude il capitolo 8, ma continua il nostro percorso attraverso la teologia di San Paolo nella Lettera ai Romani sotto la guida di Michele Zappella.

Il capitolo 8, che personalmente ritengo, per la sua intensità e la sua elevatezza teologico-mistiche, uno dei vertici, se non il vertice, di tutta la Rivelazione biblica, si avvia alla conclusione, proclamando l’unicità della salvezza universale, voluta e disposta da Dio Padre e dal suo Figlio nello Spirito. Nessuno, in nessun tempo, in nessuno degli spazi terreni, può liberare ogni uomo e ogni donna della storia dal male e dalla morte, se non “Cristo Gesù nostro Signore”. Tutte le pretese salvazioni ideologiche, scientifiche e tecnologiche, centrate sull’autosufficienza umana, che per secoli hanno invaso le culture moderne, crollano impietosamente e si squagliano come neve al sole dinanzi all’Unico Salvatore e Redentore che libera l’umanità dalla schiavitù del male e della morte.
E tale salvezza universale ha un nome preciso: Amore. Non l’amore umano, per sua natura limitato, finito, transeunte, bensì l’Amore di Dio, per sua sopranatura, assoluto, infinito, eterno che è Dio stesso. Egli si dona con la sua potenza di elevare alla massima altezza possibile l’amore umano nella capacità di stringere in un solo abbraccio tutto e tutti. E questo comporta riconciliazione, pace, donazione di ciò che si ha e di ciò che si è, così che ogni uomo e ogni donna, in ogni situazione della vita e in ogni contingenza storica, culturale, individuale e sociale, possano “giungere all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Efesini 4,13).
Ora, il dire di Paolo, sempre agganciato alle Verità di fede “dogmatiche” rivelate, tende a calarle nel vivo esistenziale dell’esperienza del battezzato, del credente, al fine di scoprirne e precisarne l’identità cristificante: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2 Corinzi 5,17). Scrive Paolo: “Sappiamo poi che per coloro che amano Dio tutto opera con sinergia (synergei, συνεργεῖ) nel bene, per coloro che secondo il piano di Dio sono chiamati. Poiché quelli che da prima ha conosciuto li ha anche prestabilito ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli. Ora, quelli che ha prestabilito, questi ha pure chiamato; quelli che ha chiamato, questi ha pure giustificato; quelli che ha giustificato, questi ha pure glorificato” (8, 28-30).
Tutti gli atti di Dio: vocazione, giustificazione, glorificazione, sono ordinati e coordinati secondo il disegno o piano di Dio (prothesin, πρόθεσιν). San Paolo è il teologo del piano di Dio che, in particolare, sviluppa nel grandioso inno iniziale della lettera agli Efesini, testo fondamentale per accedere alla compreensão dell’incomprensibile (paradosso) Mistero di Dio, dell’uomo, della storia, dell’eternità. Tutto quanto avviene nella successione dei misteri, lungo i tornanti della storia della salvezza (che non è un assoluto esclusivo, come pretende molta teologia contemporanea) è già previsto dal Mysterion della volontà di Dio, “prima della creazione del mondo” (Efesini 1,4). È commovente ed esaltante pensare che siamo stati pensati tutti, nessuno escluso, da Dio fin dall’eternità, prima della storia, e in vista dell’eternità, dopo la storia, per vivere “conformi all’immagine del Figlio suo” sempre, nella mortalità del tempo e nell’immortalità fuori del tempo.
Paolo così prosegue: “Che diremo dopo tutto questo? Se Dio è per noi, chi contro di noi? Egli che il proprio Figlio non ha risparmiato, ma per noi tutti lo ha consegnato, come con Lui non ci donerà ancora ogni cosa? Chi porterà accusa contro degli eletti di Dio? Dio che li giustifica? Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, di più è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?” (8,31-35).
La concatenazione di questi interrogativi retorici è così incalzante quasi da non lasciare respiro. Sembra di vedere Paolo pressare i suoi uditori con la veemenza che prorompe dal suo cuore di “servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio” (Romani 1,1). Ma la forma letteraria interrogativa non cela la sua sostanza fortemente affermativa. Questa disegna l’autentica e veritiera identità del cristiano di ogni tempo. Si parte dalle consolanti verità del “Dio per noi”, del “Dio che ci donerà ogni cosa”, del “Dio che ci giustifica”, del “Figlio di Dio che, morto, risuscitato, alla destra di Dio, intercede per noi”.
Si giunge, poi, alle desolanti verità delle “tribolazioni, angosce, pericoli” di ogni sorta. Risaltano le persecuzioni. San Paolo profetizza la condizione di cristiani, che già il richiamo di 8,36 al Salmo 43,22 prevedeva, di “pecore condotte al macello”. Proprio le persecuzioni accompagneranno tutta la storia della Chiesa, dai suoi primi secoli agli ultimi due, ove esse infieriranno.
In ultimo, san Paolo, nel rispondere a tutta la precedente serie di interrogativi, innalza un canto di vittoria che si traduce in un inno all’amore: “Ma in tutte queste cose noi stravinciamo per opera di colui che ci amò. Io sono certo infatti che né morte, né vita, né angeli, né potestà angeliche, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura ci separerà dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signore nostro” (8, 37-39).
Alcune sottolineature. Molto potente il neologismo hypernikōmen (ὑπερνικῶμεν) – “più che vinciamo, stravinciamo”, non certo per le nostre forze operative, del tutto incapaci di sottrarci al male e alla morte che sovente alimentano (si pensi agli armamenti distruttivi oltre ogni immaginazione). Noi stravinciamo solo “per opera di colui che ci amò”. Ecco la potenza soprapotente che tutto sana, tutto libera dall’odio e dalla discordia, tutto salva in ogni tempo, l’Amore, l’ “amore di Dio in Cristo Gesù Signore nostro”. Anche la morte, “tra tutte le cose terribili è la principale”, come nota san Tommaso d’Aquino, è debellata dall’Amore.
Non poteva concludersi questo sublime capitolo 8 della lettera ai Romani con una lezione tanto appassionante quanto ammonitrice in una storia umana, gravata dai bellicismi di ogni provenienza, dei progressisti e dei conservatori, che, scagliando l’uomo contro l’uomo, sempre più lontano da Dio, stanno sentenziando la fine di questo mondo, preda di un Potere satanico, quello dell’Anticristo.
Michele Zappella
Immagine: Peter Paul Rubens, La Resurrezione di Cristo (1611-1612), Cattedrale di Anversa.
La dirompente e gloriosa potenza del Risorto, che si libera dal sepolcro sconfiggendo il male e la morte, incarna visivamente il culmine teologico del capitolo VIII della Lettera ai Romani. Un’immagine fedele a quel concetto di “Amore soprapotente” descritto da san Paolo, grazie al quale l’essere umano, immerso nei drammi e nei bellici conflitti della storia, scopre di poter non solo vincere, ma “stravincere” (hypernikōmen).

Le immagini, le didascalie e i titoli sono a cura della redazione
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