la Casa di Pietro

IX puntata: “Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto”

Il capitolo 7 “contiene una delle pagine più vibranti e commoventi di tutta la Scrittura”: questa affermazione di Michele Zappella è la chiave di lettura di queste sue considerazioni.

Il capitolo 7 è lungi dall’attenuare le tensioni interpretative, fin qui esaminate e che ho cercato di stemperare con una mia personale esegesi. Otto Kuss, tra i più autorevoli commentatori della lettera, afferma: “Il capo 7 è difficile a comprendersi“. Condivido pienamente questa valutazione. Molto meno la spiegazione che ne viene data: “Paolo non ha detto con sufficiente chiarezza a chi si riferiscano di preciso le sue parole“. La realtà, che non si tiene in sufficiente considerazione, è che gli scritti paolini godono dell’ispirazione divina, come tutti quelli sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Ma ciò che distingue Paolo dagli altri autori è l’affrontare temi di una elevatezza e di una densità teologiche, non riscontrabili altrove se non negli scritti giovannei. Paolo ci fa ascendere sulla sommità del Mistero, per sua essenza, effondente la luce abbagliante – ecco il paradosso – della comprensibilità incomprensibile. Ecco perché, a mio avviso, il leggere, lo studiare, l’esporre san Paolo presentano difficoltà, talvolta insormontabili. Immersi nel corpus paolino, vaghiamo nelle abissali profondità del Mistero, a dirla tutta con Virgilio, come “rari nantes in gurgite vasto – sparsi nuotatori tra le onde di un immenso gorgo”.

Il capitolo 7 esordisce con una interrogazione retorica: “O non sapete, fratelli – parlo a gente che conosce la legge – che la legge esercita il potere sull’uomo solo per il tempo in cui egli vive?“(7,1). Chi sono questi fratelli? Se si adotta il criterio, da me sempre sostenuto, della continuità argomentativa, questi non possono essere che i battezzati, di cui si parla nel capitolo 6. E qui, si apre il tema dominante del capitolo, quello sulla legge. San Paolo ritorna, ampliandone la portata, sulla verità decisiva della nuova economia salvifica: il regime della legge cede al regime dello Spirito, inaugurato da Cristo: “Fratelli miei, anche voi siete stati messi a morte quanto alla legge, in forza del corpo di Cristo, per appartenere ad un altro, a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio” (7,4). Il drammatico paradosso, che si risorge solo se si muore, mira ad una finalità morale, portare “frutti per Dio“. Ma in tanto si possono portare tali frutti, in quanto si riceve la “la forza del corpo di Cristo” e tale forza si riceve solo se, incorporati in Cristo, si conrisorge con Cristo, rivestendosi dell’ “essere nuova creatura” (Galati 6,15). E così si realizza quell’ “agere sequitur esse“, dinamicamente proteso a portare “frutti per Dio“. Allora, può esultare Paolo: “Siamo stati liberati dalla legge, essendo morti a ciò che ci teneva prigionieri, per servire nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera” (7,6). A questo punto, la legge si mostra come dannosa (“ci teneva prigionieri…nel regime vecchio della lettera“), ma tale legge non è stata data da Dio al suo popolo eletto? Non sono quelle dieci parole, dette e consegnate sul monte a Mosè, “le tavole di pietra, la legge, i comandamenti, scritti da Dio” (Esodo 24,12)? Nell’Antico Testamento, troviamo, nel libro della Sapienza, l’accostamento tra “parola di Dio” e “sapienza di Dio”. Quindi, tale accostamento si allarga dalla “parola di Dio” alla torà, la legge. Così, nel libro di Baruch 4,1: “La sapienza è il libro dei decreti di Dio, è la legge che sussiste in eterno“. Allora, Giovanni, nel celebre Prologo del suo Evangelo, può celebrare il Logos, applicando alla sua preesistenza quanto l’Antica Scrittura aveva detto sulla eternità della legge. Dunque la legge divina, sapiente ed eterna è benefica e salutare. Perché nuoce? Ecco il dilemma del paradosso. E proprio questo paradosso è la chiave interpretativa della seconda parte del capo 7, 7-13 che irretisce gran parte dei commentatori. Questi, a mio avviso, non tengono gran conto della forma, in cui si esprime il paradosso, per svelare il suo mistero di verità. San Paolo, cosciente di quel che ha affermato sulla negatività della legge, lancia un altro interrogativo retorico: “Che diremo dunque? La legge è peccato? Non sia mai detto!” (7,7) e più avanti soggiunge: “La legge è santa e santo e giusto e buono il suo comandamento. Ciò che è bene è dunque diventato morte per me? Niente affatto!” (7,12-13). Il paradosso balza in tutta la sua evidenza drammatica. La sua verità è inquietante. Ma san Paolo lo aggira con un altro paradosso: ” (Non la legge), bensì è il peccato (a procurare la morte): ma il peccato, per apparire tale, mi ha dato la morte servendosi del bene, perché questo peccato diventasse oltremodo perverso, per mezzo del comandamento” (7, 13). Si resta sorpresi da questo incalzare di paradossi, concernenti un bene che nuoce e un male che si serve del bene. La spiegazione del contrasto paradossale tra legge e peccato è affidata da Paolo ad un altro paradosso: “Io non avrei conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza se la legge non avesse detto: non desiderare. Approfittando dell’occasione (offertagli) da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri…il peccato, infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per suo mezzo mi ha dato la morte” (7, 7. 11). Dunque, il comandamento, cioè la legge, è giusto e buono, ma ecco sopravviene il peccato e soppianta il non desiderare con il desiderare e il desiderare licenzioso si scatena, diffondendosi in maniera pungente e disordinata. Allora il male si nutre del bene e la vita infligge la morte: aberranti paradossi! Sorvolo sulla ridda delle diverse e divergenti interpretazioni esegetiche che, ignorando il senso e la funzione dei paolini paradossi, fanno dire a Paolo ciò che non aveva intenzione di dire e perdono di vista ciò che veramente Paolo voleva dire.

L’ultima parte del capitolo 7, versetti 14-25, contiene una delle pagine più vibranti e commoventi di tutta la Scrittura. Paolo spalanca il suo spirito, con asperrima sofferenza, nel comunicarci il suo stato esistenziale di “schiavo del peccato“. Ma, a ben vedere, questo è pure lo stato esistenziale di ogni uomo e di ogni donna che vivono nel mondo. Siamo un tutt’uno con l’Apostolo nel ripetere la sua confessione. Essa va letta per intero. Qui, solo alcuni brani: “Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto“(7,15); “…il peccato abita in me” (7,17); “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (7,19); “Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge…legge del peccato che è nelle mie membra” (7, 22-23); “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (7,24). Ecco la palpitante confessione di quello stato di lacerazione interiore che grava sulla nostra esistenza. Chi potrà liberarci da esso? “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore!” (7,25).
Michele Zappella  

Auguste Rodin, Il Pensatore (fuso nel 1902).
Abbiamo scelto quest’opera per illustrare l’universalità della confessione paolina, la celebre scultura di Rodin non ritrae un individuo, ma l’uomo di ogni tempo di fronte al mistero della propria coscienza. La posa innaturale, in cui ogni muscolo è teso in uno sforzo immane, traduce in bronzo la “legge delle membra” che stringe l’essere umano in una morsa. È l’immagine plastica dello «sventurato» che, immobile e schiacciato dal peso del proprio limite, trattiene un grido muto, in attesa della liberazione che solo la Grazia può donare.